lunedì 26 aprile 2010

La lettera ai Romani

La lettera ai Romani

Parte I

Di tutte le epistole paoline, la lettera di Shaul ai Romani è il suo capolavoro teologico e letterario, giungendo all’apice nell’allegoria dei due ulivi. In essa egli spiega esattamente il contrario di ciò che la dottrina della chiesa intende... Questa è una lettera in cui l’apostolo considera gli opposti secondo un’ottica messianica e spiega il piano di salvezza per l’umanità, enfatizzando la missione salvifica d’Israele.
Io sono debitore tanto ai Greci quanto ai Barbari, tanto ai savî quanto agli ignoranti; ond’è che, per quanto sta in me, io sono pronto ad annunziar l’Evangelo anche a voi che siete in Roma. Poiché io non mi vergogno dell’Evangelo; perché esso è potenza d’Elohim per la salvezza d’ogni credente; del Giudeo prima e poi del Greco; poiché in esso la giustizia d’Elohim è rivelata da fede a fede, secondo che è scritto: “Ma il giusto vivrà per fede”. (1:14-17)
Con queste frasi Shaul inizia a presentare le coppie d’opposti (o di termini complementari), i quali ricorrono in questa ed altre sue epistole: Greci/Barbari, savî/ignoranti, Giudeo/Greco ‒ sottolineando in questo caso che il Giudeo ha la precedenza. In questo contesto, nomina anche i Romani, non opponendoli ad alcuno. Egli annuncia loro l’Evangelo: ma qual’era l’Evangelo che Shaul proclamava? Erano essi le Scritture, o qualche insegnamento nuovo? Cos’aveva ricevuto da Yeshua? Nell’introduzione di questa lettera, Shaul dice ai Romani che “l’Evangelo d’Elohim, ch’Egli aveva già promesso per mezzo dei Suoi Profeti nelle Sante Scritture... per trarre all’ubbidienza della fede tutti i gentili, per amor del Suo Nome” (1:1,2,15) è quello ch’egli annuncia. Quindi, non un nuovo messaggio, ma quello che era già scritto nella Torah, i Profeti e gli Scritti ‒ quello era l’ʹEvangeloʹ, perché, rammento, quello che noi conosciamo oggi con lo stesso nome non era ancora stato scritto, oppure, era in corso di scrittura. Il messaggio ch’egli annuncia ai Romani si fonda sul versetto che accese la miccia d’ispirazione alla Riforma Protestante: “il giusto vivrà per fede”. Questa dichiarazione che costituisce il fondamento dell’intera dottrina evangelica, è scritto in Havakuk 2:4 ‒ non è un verso originale del Nuovo Testamento, bensì, appartiene al patrimonio del Giudaismo! Quindi, ciò che Paolo predica ai gentili non è altro che la fede ebraica, la stessa che Yeshua praticò ed insegnò. È in questo senso che l’Evangelo è la potenza d’Elohim per la salvezza dei Giudei, perché essi l’avevano già ricevuto nella Torah e sono stati i primi a conoscere la redenzione per fede nell’Onnipotente d’Israele, loro Salvatore (1Shmuel 14:39; 2Shmuel 22:3; Salmo 18:2; Yehsayahu 43:3,11; 45:15,21; 49:26; 60:16; Hoshea 13:4), e non come pretendono i cristiani, che i Giudei debbano accettare l’ʹEvangeloʹ neotestamentario, il quale è arrivato poi ai gentili affinché anch’essi potessero conoscere la grazia d’Elohim, com’è scritto, rivelata da fede a fede, ovvero, dalla fede mosaica d’Israele alla fede messianica universale. In seguito, l’apostolo spiega l’origine dell’ingiustizia universale e la condanna dei gentili per la loro disubbidienza e l’elezione e responsabilità dei Giudei.
1:18 Poiché l’ira d’Elohim si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 infatti quel che si può conoscer d’Elohim è manifesto in loro, avendolo Elohim loro manifestato; 20 poiché le perfezioni invisibili di Lui, la Sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente sin dalla creazione del mondo, essendo intese per mezzo delle opere Sue; 21 ond’è che essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Elohim, non L’hanno glorificato come Elohim, né L’hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti, e l’insensato loro cuore s’è ottenebrato. 22 Dicendosi savî, sono divenuti stolti, 23 e hanno mutato la gloria dell’incorruttibile Elohim in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili. 24 Per questo, Elohim li ha abbandonati, nelle concupiscenze dei loro cuori, all’impurità, perché vituperassero fra loro i loro corpi; 25 essi, che hanno mutato la verità d’Elohim in menzogna, e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen.
Qui l’apostolo spiega che l’intera umanità aveva conosciuto Elohim e tuttavia hanno preferito erigersi i propri idoli, per questo motivo i gentili sono stati diseredati ed esclusi dai Patti ‒ non perché Egli non si sia manifestato a loro, ma perché essi non L’hanno voluto ricevere. Uno dei problemi irrisolti per la soteriologia cristiana riguarda la salvezza dei popoli che non hanno mai avuto la possibilità d’udire il messaggio dell’Evangelo (per esempio, gl’Indiani d’America prima dell’arrivo degli europei); può Elohim condannarli perché non hanno ricevuto l’Evangelo? Certamente, no. Tuttavia, esistono dei parametri sui quali Elohim esegue il Suo giusto giudizio: in ogni popolo ci sono stati quei pochi che non si sono allineati con l’idolatria ufficiale, coloro che conservavano ancora la conoscenza del Creatore. Quando questi pochi non c’erano più, era decretata la fine di quel popolo (abbiamo un esempio in Sodoma e Amorah, nelle quali non c’era più alcun giusto, o nei Cananei, i quali dovevano essere combattuti solo quando la loro empietà fosse arrivata al limite ‒ Genesi 18:26-33; 15:16). Questi erano giudicati secondo la Legge che l’Eterno aveva dato all’uomo sin dalla Creazione, per cui l’uomo era in grado di discernere il bene ed il male.
1:26 Perciò Elohim li ha abbandonati a passioni infami: poiché le loro femmine hanno mutato l’uso naturale in quello che è contro natura, 27 e similmente anche i maschi, lasciando l’uso naturale della donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri, commettendo uomini con uomini cose turpi, e ricevendo in loro stessi la condanna meritata del proprio traviamento. 28 E siccome non si sono curati di ritenere la conoscenza d’Elohim, Elohim li ha abbandonati ad una mente reproba, perché facessero le cose che sono sconvenienti, 29 essendo essi ricolmi d’ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, d’omicidio, di contesa, di frode, di malignità; 30 delatori, maldicenti, abominevoli ad Elohim, insolenti, superbi, vanagloriosi, inventori di mali, disubbidienti ai genitori, 31 insensati, senza fede nei Patti, senza affezione naturale, spietati; 32 i quali, pur conoscendo che secondo il giudizio d’Elohim quelli che fanno codeste cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.
Generalmente si pensa che la Torah fu rivelata a Mosheh: quindi, nei tempi precedenti come faceva Elohim a giudicare? In realtà, la Torah fu data per iscritto al popolo d’Israele perchè no dimenticasse la Legge eterna d’Elohim come gli altri popoli avevano fatto, ma essa esisteva già, ed era stata rivelata sin dalla Creazione. Non è stato Mosheh il primo a stabilire il comandamento di non uccidere, ma già Kayin lo conosceva, e seppe d’essere colpevole d’aver ucciso suo fratello Hevel. Noach sapeva quali animali erano puri e quali impuri prima di farli entrare nell’arca. Per questo anche i gentili, pur non avendo ricevuto la Torah da Mosheh, sono ugualmente responsabili. L’umanità intera, conoscendo la Legge, ha scelto liberamente di disubbidire ai comandamenti e d’attuare tutto ciò ch’è contrario alla Torah. È ribadito il concetto che avevano conoscenza d’Elohim e del Suo giudizio, e che non ebbero fede nei Patti. Non hanno rispettato il Patto Noachico, al quale appartiene l’intera umanità ‒ e per questo motivo si richiede ai gentili d’osservare almeno questo Patto («Non mangerete carne con la vita sua, cioè col suo sangue. E, certo, Io chiederò conto del vostro sangue, del sangue delle vostre vite; ne chiederò conto ad ogni animale; e chiederò conto della vita dell’uomo alla mano dell’uomo, alla mano d’ogni suo fratello. Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Elohim ha fatto l’uomo a immagine Sua» ‒ Genesi 9:4-6); i discendenti d’Avraham, ad eccezione dei Giudei, non ebbero fede nel patto Avrahamico e sono divenuti gentili; i cristiani ancora non hanno fede nel Patto Mosaico e pensano d’essere giustificati trasgredendo la Torah.
2:4 Disprezzi tu le ricchezze della Sua benignità, della Sua pazienza e della Sua longanimità, non riconoscendo che la benignità d’Elohim ti trae a ravvedimento? 5 Tu invece, seguendo la tua durezza e il tuo cuore impenitente, t’accumuli un tesoro d’ira, per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio d’Elohim, 6 il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere: 7 vita eterna a quelli che con la perseveranza nel bene operare cercano gloria e onore e immortalità; 8 ma a quelli che sono contenziosi e non ubbidiscono alla verità ma ubbidiscono alla ingiustizia, ira e indignazione. 9 Tribolazione e angoscia sopra ogni anima d’uomo che fa il male; del Giudeo prima, e poi del Greco; 10 ma gloria e onore e pace a chiunque opera bene; al Giudeo prima e poi al Greco; 11 poiché dinanzi ad Elohim non c’è riguardo a persone.
Elohim renderà la vita eterna a coloro che persevereranno nelle buone opere cercando la gloria! Ma come! Non è che la salvezza s’ottiene per grazia e non per opere perché nessuno si glorî?! (Efesini 2:8-9) Bisogna che Paolo si metta d’accordo con sé stesso, oppure che si spieghi meglio, o magari, che i cristiani lo sappiano interpretare... Infatti, non c’è un’incoerenza tra queste due affermazioni, perchè anche qui dice che la benignità d’Elohim porta al ravvedimento ‒questa è la grazia, che non viene da voi, ma è dono d’Elohim, come dice in Efesini 2:8‒, ma il ravvedimento implica riconoscere aver trasgredito la Torah, perché il peccato è la violazione della Torah (1Yohanan 3:4), dopodichè bisogna non peccare più (Yohanan 5:14; 8:11), quindi non violare la Torah, ossia, osservare la Torah. Così facendo, chi si è ravveduto per grazia avrà ottenuto fede, quindi metterà in pratica le buone opere anziché considerarsi “libero dalla Legge”. Infatti, la conoscenza della Torah colloca il Giudeo al primo posto, conoscenza che giunge al Greco attraverso la predicazione, quindi dopo, e per questo motivo lo eleva alla stessa posizione del Giudeo. Siccome davanti ad Elohim non c’è riguardo a persone, il Greco non avrà più la scusa di non conoscere la Torah, ma sarà giudicato nello stesso modo che il Giudeo. Purtroppo, i cristiani pretendono declassare il Giudeo alla posizione di trasgressore della Torah per metterlo al loro stesso livello, anziché cercare d’elevarsi loro.
2:12 Infatti, tutti coloro che hanno peccato senza Torah, periranno pure senza Torah; e tutti coloro che hanno peccato avendo la Torah, saranno giudicati con la Torah; 13 poiché non quelli che ascoltano la Torah sono giusti dinanzi ad Elohim, ma quelli che l’osservano saranno giustificati. 14 Infatti, quando i gentili che non hanno Torah, adempiono per natura le cose della Torah, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi; 15 essi mostrano che quel che la Torah comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza, e perché i loro pensieri si accusano od anche si scusano a vicenda.
Quelli che hanno peccato senza Torah”... ma come si fa a peccare senza Torah? Non dice Paolo stesso che “mediante la legge è data la conoscenza del peccato” (Romani 3:20), e “poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo; ma il peccato non è imputato quando non v’è legge” (Romani 5:13)? Allora, perché questi poveri gentili, che hanno peccato senza Torah, periranno? Notare la differenza: quelli senza la Torah periranno, quelli con la Torah saranno giudicati in base a questa. Quelli senza Torah sono già condannati, senza giudizio! In realtà l’uomo senza Torah non esiste, perché già dal primo uomo si ha la conoscenza del bene e del male, quindi, della Torah eterna, in base alla quale tutti saranno giudicati. Quelli che sono senza Torah lo sono perché hanno volontariamente deciso d’ignorare la Torah e perciò periranno. Analizzando il contesto, troveremo che questi senza Torah sono coloro che non si sono curati di ritenere la conoscenza d’Elohim, per questo motivo hanno perso ogni rapporto con la verità e sono stati abbandonati ad una mente reproba. Paolo ribadisce che la giustificazione proviene dall’osservanza della Torah, mentre altrove sostiene che la giustificazione avviene per fede: c’è in questo una contraddizione, oppure si possono conciliare entrambi concetti? Infatti, la giustificazione che inizia con la fede, dev’essere poi completata con l’osservanza della Torah. La grazia non ci libera dalla Torah, ci libera soltanto dalla condanna, la quale è comunque inevitabile se dopo aver ricevuto la grazia s’insiste nel trasgredire la Torah ‒ come un reo che sia stato graziato, questo non significa ch’egli sia libero dalla legge e possa continuare a trasgredirla, perché in quel caso sarà giudicato dalla legge con l’aggravante della recidività.
2:17 Or se tu ti chiami Giudeo, e ti riposi sulla Torah, e ti glorii in Elohim, 18 e conosci la Sua volontà, e discerni la differenza delle cose essendo ammaestrato dalla Torah, 19 e ti persuadi d’esser guida dei ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, 20 educatore degli scempî, maestro dei fanciulli, perché hai nella Torah la formula della conoscenza e della verità, 21 come mai, dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi che non si deve rubare, rubi? 22 Tu che dici che non si deve commettere adulterio, commetti adulterio? Tu che hai in abominio gl’idoli, saccheggi i templi? 23 Tu che meni vanto della Torah, disonori Elohim trasgredendo la Torah?
Qui Paolo chiama in causa il Giudeo ‒ed altrettanto fanno i cristiani, questa volta ignorando che “non c’è Giudeo né Greco perché dinanzi ad Elohim non c’è riguardo di persone”‒ in quanto conoscitore della verità, non in quanto al suo essere Giudeo, perché le stesse cose ch’egli reclama possono essere anche domandate da chiunque si vanti d’essere un servitore d’Elohim e non fa la Sua volontà. Potremmo oggi parafrasare questo brano dicendo: “or se tu ti chiami cristiano, e ti riposi sull’Evangelo, ecc. e predichi che non si deve rubare, rubi, ecc.?”. In quel tempo, logicamente, Paolo non poteva prendere come esempio i cristiani perché non c’erano, quindi ha dovuto dare l’unico possibile, il Giudeo. Ciò che conta è che egli enfatizza il fatto che si disonora Elohim trasgredendo la Torah. Sono questi esempi validi soltanto per i Giudei oppure anche per i cristiani? Possono magari i cristiani predicare una cosa e farne un’altra? Possono essi dire «non rubare» e poi rubare? O censurare l’adulterio, e poi commetterlo? Se non è così, allora sorge una domanda: devono i cristiani osservare la Torah o no?
2:24 Poiché, siccome è scritto, il Nome d’Elohim, per causa vostra, è bestemmiato fra i gentili. 25 Infatti ben giova la circoncisione se tu osservi la Torah; ma se tu sei trasgressore della Torah, la tua circoncisione diventa incirconcisione. 26 E se l’incirconciso osserva i precetti della Torah, la sua incirconcisione non sarà essa reputata circoncisione? 27 E così colui che è per natura incirconciso, se adempie la Torah, giudicherà te, che con la lettera e la circoncisione sei un trasgressore della Torah. 28 Poiché Giudeo non è colui che è tale all’esterno; né è circoncisione quella che è esterna, nella carne; 29 ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la circoncisione è quella del cuore, in spirito, non in lettera; d’un tal Giudeo la lode procede non dagli uomini, ma da Elohim.
In questo brano, Paolo esalta il valore della Torah al disopra della circoncisione e delle appartenenze etniche. Continuando con l’esempio precedente, l’apostolo enfatizza il valore dell’operato piuttosto che delle formalità ed apparenze. Molti cristiani mettono in risalto la presunta “circoncisione del cuore” come una scusa, senza capire quello che l’apostolo spiega chiaramente: che colui che è circonciso nel cuore osserva i precetti della Torah! Così com’è inutile avere la circoncisione e la forma esterna del Giudaismo senza metterlo in pratica, è altrettanto inutile avere la forma del cristiano e non osservare i comandamenti. Il Nome d’Elohim è stato bestemmiato fra i gentili semplicemente perché la Casa di Israele aveva smesso d’osservare la Torah. Adesso i cristiani pretendono fare lo stesso senza attirarsi il giudizio divino.
3:1 Qual è dunque il vantaggio del Giudeo? O qual è l’utilità della circoncisione? 2 Grande in ogni maniera; prima di tutto, perché a loro furono affidati gli oracoli d’Elohim. 3 Poiché che vuol dire se alcuni sono stati increduli? Annullerà la loro incredulità la fedeltà d’Elohim? 4 Così non sia; anzi, sia Elohim riconosciuto verace, ma ogni uomo bugiardo, siccome è scritto: “Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato”.
Non è come i cristiani dicono, che non si deva più praticare la circoncisione ‒ non è necessaria per i gentili, ma è obbligatoria per i Giudei, indipendentemente dal fatto che abbiano riconosciuto Yeshua come Messia o no. Infatti, gli oracoli d’Elohim, le profezie, la Sua Parola non sono stati affidati ai gentili, ma soltanto ai Giudei. Il fatto che ci siano dei Giudei che non hanno creduto alla Torah, non invalida la Torah.
3:19 Or noi sappiamo che tutto quel che la Torah dice, lo dice a quelli che sono nella Torah, affinché ogni bocca sia turata, e tutto il mondo sia sottoposto al giudizio d’Elohim; 20 poiché per le opere della legge nessuno sarà giustificato al Suo cospetto; giacché mediante la legge è data la conoscenza del peccato. 27 Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso. Per quale tipo di legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede; 28 poiché noi riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede, separatamente dalle opere della Torah. 29 Elohim è Egli forse soltanto l’Elohim dei Giudei? Non è Egli anche l’Elohim dei gentili? Certo, anche dei gentili, 30 poiché v’è un solo Elohim, il quale giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso parimente mediante la fede. 31 Annulliamo noi dunque la Torah mediante la fede? Così non sia; anzi, stabiliamo la Torah.
Qui Shaul spiega ai Romani ciò che dopo due millenni si deve ancora spiegare ai cristiani: essi (non conoscendo il Giudaismo) credevano che bastasse fare il bene per avere la giustificazione. Avendo poi inteso che la salvezza s’ottiene per grazia, quindi attraverso la fede, essi pensavano che non fosse più necessario osservare la Torah. Questo concetto, sostenuto dalla chiesa, ha condizionato anche le traduzioni, che spesso riportano il verso 28 come segue: “l’uomo è giustificato mediante la fede, senza dalle opere della Torah”; il termine ʹsenzaʹ, in sé ambiguo, è stato interpretato come ʹsostituendoʹ, come se la fede prendesse il posto della Torah, mentre che la traduzione corretta è ʹseparatamenteʹ, ovvero, non sostituendo ma completando, come scrisse Yakov nella sua epistola: “Infatti, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Yakov 2:26). Non si può raggiungere la perfezione attraverso le opere della Torah senza avere fede, né la si può ottenere soltanto per fede, senza osservare la Torah. Infatti, come Shaul spiega chiaramente, mediante la fede NON s’annulla la Torah, ma la si conferma, la si stabilisce saldamente! Perché questo concetto è così difficile d’assimilare per i cristiani?... Un’ulteriore difficoltà sorge dall’inesatta traduzione della parola Torah, che viene sempre resa come Legge, senza poi poter distinguere dall’altra parola correttamente tradotta legge. Quest’ultima è appropriata nei termini "legge delle opere" e "legge della fede", perché non hanno riferimento specifico alla Torah.
4:2 Poiché se Avraham è stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che gloriarsi; ma dinanzi ad Elohim egli non ha di che gloriarsi; infatti, che dice la Scrittura? 3 Or Avraham credette ad Elohim, e ciò gli fu messo in conto di giustizia. 4 Or a chi opera, la mercede non è messa in conto di grazia, ma di debito; 5 mentre a chi non opera ma crede in Colui che giustifica l’ingiusto, la sua fede gli è messa in conto di giustizia. 6 Così pure David proclama la beatitudine dell’uomo al quale Elohim imputa la giustizia senza meriti, dicendo: 7 «Beati quelli le cui iniquità sono perdonate, e i cui peccati sono coperti. 8 Beato l’uomo al quale il Signore non imputa il peccato».
La dottrina della salvezza per fede non fu rivelata nella cosiddetta “dispensazione della grazia” ‒concetto antibiblico‒, ma appartiene al patrimonio del Giudaismo, ed anche nei tempi precedenti, alla conoscenza che l’uomo aveva ricevuto da Elohim.
4:9 Poiché noi diciamo che la fede fu ad Avraham messa in conto di giustizia. 10 In che modo dunque gli fu messa in conto? Quand’era circonciso, o quand’era incirconciso? Non quand’era circonciso, ma quand’era incirconciso; 11 poi ricevette il segno della circoncisione, qual suggello della giustizia ottenuta per la fede che aveva quand’era incirconciso, affinché fosse il padre di tutti quelli che credono essendo incirconcisi, onde anche a loro sia messa in conto la giustizia; 12 e il padre dei circoncisi, di quelli, cioè, che non solo sono circoncisi, ma seguono anche le orme della fede del nostro padre Avraham quand’era ancora incirconciso.
Una volta che Avraham era già stato giustificato per fede, per quale motivo ha dovuto poi circoncidersi? Proprio perché avendo creduto, doveva eseguire le opere di giustizia, senza le quali egli avrebbe perso la sua giustificazione per fede. I cristiani non devono illudersi che dopo aver creduto sono già liberi d’ogni responsabilità davanti al loro Salvatore, anzi, hanno il dovere d’eseguire la Sua volontà, che prima non erano in grado di compiere. Avraham è messo come esempio per i gentili, affinché come lui, una volta giustificati per fede possano imitarlo facendo la volontà dell’Eterno, e per i Giudei affinché essi non solo portino il suggello della giustizia esternamente ma abbiano fede nelle promesse. Come risulta evidente, non ci sono elementi che si escludono l’uno con l’altro, ma componenti che si integrano a vicenda.
6:1 Che diremo dunque? Rimarremo noi nel peccato onde la grazia abbondi? 6:2 Così non sia. Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso? 6:6 che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui, affinché il corpo del peccato fosse annullato, onde noi non serviamo più al peccato; 6:7 poiché colui che è morto, è affrancato dal peccato. 6:8 Ora, se siamo morti con il Messia, noi crediamo che altresì vivremo con lui, 6:9 sapendo che il Messia, essendo risuscitato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più. 6:10 Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere ad Elohim. 6:11 Così anche voi fate conto d’esser morti al peccato, ma viventi ad Elohim, nel Messia Yeshua. 6:12 Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per ubbidirgli nelle sue concupiscenze; 6:13 e non prestate le vostre membra come strumenti d’iniquità al peccato; ma presentate voi stessi ad Elohim come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di giustizia ad Elohim.
Sembra abbastanza chiaro che la grazia non concede licenza di peccare. Quindi, anche se si è salvati per grazia, mediante la fede, bisogna non peccare. E cos’è peccare? Devo ancora dare la definizione biblica, neotestamentaria? Peccare è violare la Torah. Quindi, chi è salvato per grazia, mediante la fede, deve osservare la Torah! Altrimenti, come si fa ad essere morti al peccato? Soltanto non peccando. Per non peccare, bisogna non trasgredire la Torah. Non c’è alternativa possibile. Il vecchio uomo è stato crocifisso con Yeshua, e coloro che sono risuscitati in lui, vivono per Elohim ‒ c’è qualcuno che crede che Yeshua dopo la sua risurrezione avrebbe annullato la Torah, comportandosi diversamente da com’egli si comportò durante la sua vita? Se i gentili, che sono stati esclusi dalle promesse perché non osservarono la Torah avendo preferito seguire le proprie vie, ora hanno la possibilità d’essere riammessi attraverso il Messia perchè il peccato non regni più su di loro, significa forse che devono ancora continuare a vivere da gentili? Se fosse così, in cosa consisterebbe il loro cambiamento di vita? Come possono morire al peccato? Giustamente, così come Avraham fu giustificato essendo ancora un gentile perché potesse successivamente fare la volontà d’Elohim, nello stesso modo i gentili hanno la possibilità d’entrare nel Patto per servire Elohim com’Egli vuole.
6:14 Perché il peccato non vi signoreggerà, poiché non siete sotto la legge, ma sotto la grazia. 15 Che dunque? Peccheremo noi perché non siamo sotto la legge ma sotto la grazia? Così non sia. 16 Non sapete voi che se vi date a uno come servi per ubbidirgli, siete servi di colui a cui ubbidite: o del peccato che mena alla morte o dell’ubbidienza che mena alla giustizia? 17 Ma sia ringraziato Elohim che eravate bensì servi del peccato, ma avete di cuore ubbidito a quel tenore d’insegnamento che v’è stato trasmesso; 18 ed essendo stati affrancati dal peccato, siete divenuti servi della giustizia.
Questo è uno dei versi prediletti dei cristiani usato come pretesto per la loro disubbidienza: “non siete sotto la legge, ma sotto la grazia”. Cosa vuole dire Paolo con questo? In primo luogo, a chi lo dice, ai Giudei o ai Romani? La lettera è indirizzata ai Romani. Sono mai stati i Romani sotto la Torah? No. Allora a quale legge si riferisce? Perché i cristiani, prendendo come di solito i testi fuori dal contesto, interpretano che questa “legge” sia la Torah? Essa era totalmente sconosciuta per i Romani. Perché non vogliono capire quello che risulta chiaro sin dall’inizio del discorso, che si tratta della legge della morte, che è universale, alla quale è sottoposta tutta l’umanità? Come spiega in 6:9, «sapendo che il Messia, essendo risuscitato dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più», e quindi, coloro che credono in lui non sono più sotto questa legge. Qui Shaul spiega molto bene lo scopo della redenzione, che consiste non in una liberazione dalla Torah, ma in una sottomissione alla Torah ‒ infatti ci sono due possibilità: o si è servi dell’ingiustizia, quindi della legge del peccato, o si è servi dell’ubbidienza, ovvero della Torah ‒ per cui è necessario essere affrancati dal peccato. La parola Torah infatti è più coerente con insegnamento che con legge. Questo insegnamento si riceve per poter servire Elohim, operando la giustizia. Come si può operare giustizia senza adempiere la Torah? Su quale parametro si può giudicare quello che è giusto e quello che non lo è? Una legge deve pur esserci, e quella ci è stata trasmessa dall’Eterno, scritta con il Suo dito, della quale, secondo Yeshua, non passerà nemmeno una yod.
6:20 Poiché, quando eravate servi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. 21 Qual frutto dunque avevate allora delle cose delle quali oggi vi vergognate? poiché la fine loro è la morte. 22 Ma ora, essendo stati affrancati dal peccato e fatti servi ad Elohim, voi avete per frutto la vostra santificazione, e per fine la vita eterna.
Volete essere liberi dalla Torah? Sarete servi dal peccato, perché come dice l’apostolo, quando eravate servi del peccato, eravate liberi dalla giustizia, quindi, eravate liberi dalla Torah perché non poteva giudicarvi. Coloro che sono stati affrancati dalla legge del peccato, ora sono divenuti servi d’Elohim, facendo la Sua volontà, non trasgredendo più la Sua Legge.
7:1 O ignorate voi, fratelli, che la legge signoreggia l’uomo per tutto il tempo ch’egli vive? 2 Infatti la donna maritata è per la legge legata al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, ella è sciolta dalla legge che la lega al marito. 3 Ond’è che se mentre vive il marito ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore, ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se diviene moglie d’un altro uomo. 4 Così, fratelli miei, anche voi siete divenuti morti alla legge mediante il corpo del Messia, per appartenere ad un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, e questo affinché portiamo del frutto ad Elohim. 5 Poiché, mentre eravamo nella carne, le passioni peccaminose, destate dalla legge, agivano nelle nostre membra per portar del frutto per la morte; 6 ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a quella che ci teneva soggetti, talchè serviamo in novità di spirito, e non in vecchiezza di lettera. 7 Che diremo dunque? La legge è essa peccato? Così non sia; anzi io non avrei conosciuto il peccato, se non per mezzo della legge; poiché io non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire. 8 Ma il peccato, colta l’occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto. 9 E ci fu un tempo, nel quale, senza legge, vivevo; ma, venuto il comandamento, il peccato prese vita, ed io morii; 10 e il comandamento ch’era inteso a darmi vita, risultò che mi dava morte. 11 Perché il peccato, colta l’occasione, per mezzo del comandamento, mi trasse in inganno; e, per mezzo d’esso, m’uccise. 12 Talché la legge è santa, e il comandamento è santo e giusto e buono.
Anche questo capitolo è spudoratamente tergiversato dai cristiani che odiano la Torah, e lo interpretano nel modo più abominevole, senza ragionare. Qual’è la legge che signoreggia l’uomo mentr’egli vive? La Torah? Erano i Romani soggetti alla Torah? Erano i gentili soggetti ad essa? Oppure qui Paolo parla d’una legge universale alla quale TUTTI gli uomini sono soggetti? Non sono tutti gli esseri umani soggetti al peccato, e quindi alla morte, anche senza mai avere sentito nominare la Torah? Appare evidente che l’apostolo continua a parlare della legge della morte dalla quale si è liberati ottenendo la vita eterna, e non della Torah. Perché egli spiega in modo chiaro, che non si può conoscere il peccato se non attraverso la legge ‒ domando ai cristiani, che affermano di non essere più sotto la legge: possono essi dunque fare qualunque cosa, perché non essendo più sotto la legge nemmeno sanno cosa sia il peccato? Qui Shaul afferma che l’uomo non avrebbe conosciuto il peccato se non fosse per la legge ‒ e chi ha detto che questa legge era la Torah? Non sapeva già Kayin che uccidere era peccato? Non avvenne il Diluvio per causa della malvagità universale secoli prima che Mosheh ricevesse la Torah sul Monte Sinai? Non furono distrutte Sodoma, Amorah, Admah e Tzevoyim per il loro peccato prima che ci fosse la Torah? E perché Elohim punì il popolo che s’eresse un vitello d’oro e bandì una festa mentre Mosheh era sul Monte, se il popolo non poteva conoscere il peccato non avendo ancora ricevuto la Torah? In verità, la Torah non aggiunse niente di nuovo alla conoscenza del peccato che già c’era prima, eccetto alcune regole che riguardano l’incesto, che fu esteso ai rapporti tra fratello e sorella ed altri che prima erano léciti ‒ regolamenti della Torah che i cristiani considerano ancora vigenti. Quindi, in che senso è stata la Torah responsabile della nostra conoscenza del peccato? In nessuno. Paolo ci da pure l’esempio di quale sia stato il “comandamento” che ha causato la caduta dell’uomo: «non concupire», il che significa «non desiderare ciò ch’è illecito» ‒ A chi fu dato questo comandamento?
E l’Eterno Elohim diede all’uomo questo comandamento: «Mangia pure liberamente del frutto d’ogni albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai». (Genesi 2:16 -17)
Da quel momento, come dice l’apostolo, il peccato, colta l’occasione, per mezzo del comandamento produsse il desiderio:
E la donna vide che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne mangiò. (Genesi 3:6)
Quindi, venuto il comandamento, il peccato prese vita, e l’uomo morì:
«Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai». (Genesi 2:17)
«Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò l’Eterno Elohim mandò via l’uomo dal giardino d’Eden. (Genesi 3:22-23)
Infatti, così il peccato mi trasse in inganno, e per mezzo d’esso, m’uccise:
E la donna rispose: «Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato». (Genesi 3:13)
Non ci sono dubbi sulla legge a cui Paolo si riferisce, ch’è la legge del peccato, che conduce alla morte, legge dalla quale si può essere liberi soltanto attraverso la redenzione. Questa interpretazione armonizza con il contesto, come possiamo leggere:
5:12 Perciò, siccome per mezzo d’un sol uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato v’è entrata la morte, e in questo modo la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...
Per mezzo d’un sol uomo il peccato è entrato nel mondo: Chi era quest’uomo? Mosheh, che ci ha dato la Torah? Oppure Adam? Chi introdusse, dunque, la legge del peccato che mena a morte?
5:13 Poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo; ma il peccato non è imputato quando non v’è legge. 14 Eppure, la morte regnò, da Adam fino a Mosheh, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella d’Adam, il quale è il tipo di colui che doveva venire. 15 Però, la grazia non è come il fallo. Perché se per il fallo di quell’uno i molti sono morti, molto più la grazia d’Elohim e il dono fattoci dalla grazia dell’unico uomo Yeshua Messia, hanno abbondato verso i molti. 16 E riguardo al dono non avviene quel che è avvenuto nel caso dell’uno che ha peccato; poiché il giudizio da un unico fallo ha fatto capo alla condanna; mentre la grazia, da molti falli, ha fatto capo alla giustificazione. 17 Perché, se per il fallo di quell’uno la morte ha regnato mediante quell’uno, tanto più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia, regneranno nella vita per mezzo di quell’uno che è Yeshua Messia. 18 - Come dunque con un sol fallo la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così, con un solo atto di giustizia la giustificazione che dà vita s’è estesa a tutti gli uomini. 19 Poiché, siccome per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’ubbidienza d’un solo, i molti saranno costituiti giusti. 20 Or la legge è intervenuta affinché il fallo abbondasse; ma dove il peccato è abbondato, la grazia è sovrabbondata, 21 affinché, come il peccato regnò nella morte, così anche la grazia regni, mediante la giustizia, a vita eterna, per mezzo di Yeshua Messia, nostro Signore.
Perché i cristiani incriminano la Torah, della quale Paolo non fa menzione, bensì rende chiaro che il peccato esisteva già prima di Mosheh? Chi fu colui che introdusse la morte con il suo peccato? Fu egli Mosheh? Per il fallo di chi la condanna fu estesa a tutti gli uomini? Per il fallo di Mosheh? Di chi fu la disubbidienza che costituì peccatori tutti gli uomini? Fu magari Mosheh, quando portò la Torah scritta con il dito d’Elohim? Fino a prova contraria, non fu Mosheh, ma Adam. Perché dunque, i cristiani chiamano in causa la Torah, che non centra niente con tutto questo? Semplicemente, perché si rifiutano d’accettare la volontà d’Elohim, e vogliono continuare sulla via dei pagani. Shaul continua la sua esposizione dicendo:
7:13 Ciò che è buono diventò dunque morte per me? Così non sia; ma è il peccato che m’è divenuto morte, onde si palesasse come peccato, cagionandomi la morte mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il peccato diventasse estremamente malvagio. 14 Noi sappiamo infatti che la Legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. 15 Perché io non approvo quello che faccio; poiché non faccio quel che voglio, ma faccio quello che odio. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, io ammetto che la Legge è buona; 17 e allora non sono più io che lo faccio; ma è il peccato che abita in me. 18 Difatti, io so che in me, vale a dire nella mia carne, non abita alcun bene; poiché ben trovasi in me il volere, ma il modo di compiere il bene, no. 19 Perché il bene che voglio, non lo fo; ma il male che non voglio, quello fo. 20 Ora, se ciò che non voglio è quello che fo, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. 21 Io mi trovo dunque sotto questa legge: che volendo io fare il bene, il male si trova in me. 22 Poiché io mi diletto nella Torah d’Elohim, secondo l’uomo interno; 23 ma veggo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente, e mi rende prigione della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Misero me uomo! chi mi trarrà da questo corpo di morte? 25 Grazie siano rese ad Elohim per mezzo di Yeshua Messia, nostro Signore. Così dunque, io stesso con la mente servo alla Torah d’Elohim, ma con la carne alla legge del peccato.
Paolo ribadisce più volte che la Legge d’Elohim, ovvero la Torah, è spirituale, è buona, in cui egli si diletta come il Salmista, ed egli stesso, che già non è più sotto la legge, dichiara di servire alla Legge d’Elohim! Poi riconosce anche che c’è un’altra legge, dalla quale bisogna essere liberati, ch’è la legge del peccato, la quale abita in ogni uomo perché è stata introdotta dal primo uomo, ed è da questa legge che il Messia ci rende liberi, non dalla Legge d’Elohim! Ma ci vuole tanto a capirlo?
8:1 Non v’è dunque ora alcuna condanna per quelli che sono in Yeshua Messia; 2 perché la Legge dello Spirito della vita in Yeshua Messia mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte.
Occorre ancora spiegare da quale legge il Messia ci rende liberi? Chi non lo capisce, è perché non vuole capirlo...
8:4 affinché il comandamento della Torah fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo spirito... 7 poiché ciò a cui la carne ha l’animo è inimicizia contro Elohim, perché non è sottomesso alla Torah d’Elohim, e neppure può esserlo.
La redenzione ha uno scopo: che i comandamenti possano essere adempiuti, non ignorati! Cristiani, se non volete essere sotto la Legge d’Elohim, sappiate che siete nemici d’Elohim! ‒ Se siete veramente nella grazia, siete sotto la Torah. Prima di continuare con la seconda parte della lettera ai Romani, vorrei concludere questo argomento dicendo che la situazione di quei cristiani che affermano di non essere sotto la Legge è estremamente paradossale: essi affermano che essendo nella grazia non sono più sotto la Torah (come se lo fossero mai stati), confondendo la Torah con la legge per mezzo della quale abbiamo la conoscenza del peccato; tuttavia, essi continuano ad avere sensi di colpa se commettono dei peccati (peccati dichiarati tali dalla chiesa, non dalle Scritture) ‒quindi, non sono stati liberati‒, e si sono sottomessi ad un’altra legge, che non è quella stabilita dall’Eterno né osservata da Yeshua, ma stabilita dagli uomini. Hanno abolito alcuni comandamenti della Torah (i quali Yeshua dichiarò di non abolire né allora né mai) e li hanno sostituiti con altri che le Scritture non menzionano. Naturalmente, l’eliminazione della Torah nella loro teologia ha lasciato un enorme vuoto che dev’essere colmato con altre leggi, precetti e divieti, ai quali si sottomettono volentieri e danno il nome di “grazia”... Essi ritengono i comandamenti d’Elohim gravosi, contraddicendo le proprie Scritture (1Yohanan 5:3), affermando che sono impossibili d’osservare. Ciononostante, s’impegnano ad osservare altri precetti che sono altrettanto o più rigidi e soprattutto inutili. Quello ch’è ancora più grave, è che pretendono dei Giudei messianici che anch’essi diventino dei gentili come loro, disprezzando il Patto, la Torah e le promesse!

Parte II: Israele - I due ulivi

Nei capitoli 9, 10 ed 11 di questa lettera, Paolo rivela ai Romani il mistero d’Israele ed il suo ruolo fondamentale nella redenzione dei gentili. Notare che fino a questo momento Israele non è stato menzionato nell’epistola, mentre in questi tre capitoli è nominato dieci volte ‒più di quanto lo sia in tutte le altre lettere neotestamentarie messe assieme‒, ed anche Shaul stesso si definisce Israelita anziché Giudeo, com’egli s’identifica in altre occasioni (Atti 21:39; 22:3). Un motivo per questa particolare nomenclatura in questa sezione dell’epistola ci deve pur essere, ed è fondamentale per la comprensione di tutto il suo messaggio.
9:2 Io ho una grande tristezza e un continuo dolore nel cuor mio; 3 perché vorrei essere io stesso anatema, separato dal Messia, per amor dei miei fratelli, miei parenti secondo la carne, 4 che sono Israeliti, ai quali appartengono l’adozione e la gloria e i Patti e la Legge e il culto e le promesse; 5 dei quali sono i padri, e dai quali è venuto, secondo la carne, il Messia, che è sopra tutte le cose, Elohim benedetto in eterno. Amen. 6 Però non è che la parola d’Elohim sia caduta a terra; perché non tutti i discendenti di Israele sono Israele.
Shaul inizia a parlare dei suoi fratelli nella carne, i quali sono Israeliti, e chiarisce che non tutti i discendenti di Israele sono Israele. Cosa voleva dire con questo? Usualmente, i cristiani interpretano questa frase in base alla loro dottrina extra-biblica dell’Israele spirituale, dicendo che il vero Israele non è costituito dagli Israeliti nella carne (o non da tutti loro). In realtà, qui Paolo sta dicendo ben altra cosa: che non tutti quelli che sono discendenti di Israele sono riconosciuti come Israele, oppure si può dire “Israele non è tutto Israele”, perché una parte si è persa tra le nazioni e non è più riconoscibile come Israele. Quindi, a parte l’Israele visibile, c’è un Israele invisibile, entrambi costituiscono tutta la discendenza d’Israele. Questa interpretazione è coerente dal punto di vista linguistico ed armonizza con tutto il contesto. Paolo infatti, dice che vorrebbe che tutti quei discendenti carnali di Yakov che non sono più Israele siano salvati, considerandoli perduti in mezzo ai gentili. Se questo si riferisse ai Giudei, come vogliono i cristiani, Paolo sarebbe in netta contraddizione con ciò che aveva detto ad Agrippa:
E ora sono chiamato in giudizio per la speranza della promessa fatta da Elohim ai nostri padri; della qual promessa le nostre dodici Tribù, che servono con fervore ad Elohim notte e giorno, sperano di vedere il compimento. (Atti 26:6-7)
Se le dodici Tribù servono Elohim con fervore notte e giorno, per quale motivo sarebbe egli così amareggiato a causa d’Israele? Non sarà che quel Israele che preoccupa tanto all’apostolo non è più riconosciuto nelle dodici Tribù? Perché Shaul fa presente in questo momento che l’Israele nella carne non è tutto Israele (nel senso che è molto di più di quanto si conosce come Israele)? Infatti, ci sono dodici Tribù (Yehudah, Levi, Binyamin per intero, più parte delle altre dieci) che si riconoscono nella Casa di Yehudah, ossia, i Giudei, i quali servono Elohim, mentre c’è ancora un Israele nella carne che non è più “Mio popolo” ma è “Lo-Ammi”, disperso tra i gentili, il quale è composto dalla parte delle dieci Tribù che compone la Casa di Israele ‒ le Tribù perdute. Questo è il ʹmisteroʹ di cui parla in 11:25, che vedremo più avanti. Il fatto che qui Paolo enfatizzi che si tratta d’Israele ʹnella carneʹ ha un significato preciso. Egli spiega ben chiaramente che è ad Israele che appartengono le promesse, l’adozione, i Patti, i patriarchi ‒ non ad un ipotetico Israele spirituale, ma a quello nella carne; non ai gentili, ma a Israele! Perché doveva dire queste cose proprio ai Romani? Chi erano questi Romani perché questa rivelazione potesse interessare loro? Shaul continua con la sua esposizione sull’eredità che appartiene all’Israele che ha ricevuto le promesse, il quale è la discendenza fisica di Yakov:
9:7 Né per il fatto che sono progenie d’Avraham, sono tutti figliuoli d’Avraham; anzi: «In Yitzhak ti sarà nominata una progenie». 8 Cioè, non i figliuoli della carne sono figliuoli d’Elohim: ma i figliuoli della promessa sono considerati come progenie. 9 Poiché questa è una parola di promessa: «In questa stagione io verrò, e Sara avrà un figliuolo». 10 Non solo; ma anche a Rivkah avvenne la medesima cosa quand’ebbe concepito da uno stesso uomo, vale a dire Yitzhak nostro padre, due gemelli; 11 poiché, prima che fossero nati e che avessero fatto alcun che di bene o di male, affinché rimanesse fermo il proponimento dell’elezione d’Elohim, che dipende non dalle opere ma dalla volontà di Colui che chiama, 12 le fu detto: «Il maggiore servirà al minore»; 13 secondo che è scritto: «Ho amato Yakov, ma ho odiato Esaù». 14 Che diremo dunque? V’è forse ingiustizia in Elohim? Così non sia.
Perché tutta questa disquisizione genealogica? Proprio per dimostrare che ciò che conta è la promessa. Anche se fu fatta ad Avraham, essa passò non a tutti i suoi figli, ma soltanto a Yitzhak; a sua volta, non furono entrambi i figli d’Yitzhak a riceverla, ma solo Yakov, perché fu scelto anziché suo fratello. Qui s’intravede la dottrina della predestinazione che Paolo sembra suggerire... Questo serve a spiegare che l’Israele che ha ricevuto le promesse è quello che egli adesso cerca di riscattare, e che si trova in mezzo ai gentili ‒ appunto, i figli della promessa, non più riconosciuti come Israele fisico.
9:16 Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Elohim che fa misericordia. 17 Poiché la Scrittura dice a Faraone: «Appunto per questo Io t’ho suscitato: per mostrare in te la Mia potenza, e perché il Mio Nome sia pubblicato per tutta la terra». 18 Così dunque Egli fa misericordia a chi vuole, e indura chi vuole... 22 E che v’è mai da replicare se Elohim, volendo mostrare la Sua ira e far conoscere la Sua potenza, ha sopportato con molta longanimità dei vasi d’ira preparati per la perdizione, 23 e se, per far conoscere le ricchezze della Sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già innanzi preparati per la gloria, 24 li ha anche chiamati -parlo di noi- non soltanto fra i Giudei ma anche di fra i gentili? 25 Così Egli dice anche in Hoshea: «Io chiamerò Mio popolo quello che non era Mio popolo, e ’amata’ quella che non era amata; 26 e avverrà che nel luogo ov’era loro stato detto: “Voi non siete mio popolo”, quivi saranno chiamati figliuoli dell’Elohim vivente».
Shaul spiega ai Romani in cosa consiste la predestinazione (argomento che ha fatto discutere diverse fazioni della chiesa durante secoli): che Elohim ha scelto un popolo per la Sua gloria, ed altri Egli ha dichiarato ʹvasi d’iraʹ. Questo non ha una valenza a livello individuale -eccetto alcuni casi come il Faraone dell’Esodo- ma a livello di nazione: Egli ha predestinato Israele per la Sua gloria, ed altri popoli ha invece maledetto, come Amalek (Esodo 17:14), i Cananei (Esodo 23:23), ecc. Ciò non incide sul fatto che a livello individuale ci sono dei redenti anche da questi popoli, come ci sono anche dei condannati nel Suo popolo perché non hanno osservato i comandamenti (Esodo 31:14; Levitico 7:21; ecc.). Quindi, la complicata questione della predestinazione si risolve semplicemente capendo che essa si riferisce ad un popolo eletto nei confronti di altri, non ad individui, i quali hanno la facoltà di decidere autonomamente e saranno giudicati in base alle proprie scelte, sia che appartengano al popolo eletto o ad un altro. In quanto concerne all’argomento principale di questo studio, ciò che ci interessa è rendere chiari i seguenti punti: - Paolo precisa con l’espressione «parlo di noi», che egli si riferisce agli Israeliti, sui quali parla dall’inizio del suo discorso (9:2-4) chiamandoli suoi fratelli, parenti nella carne; - quindi, dice in modo esplicito ed univoco che i vasi di misericordia sono il popolo d’Israele, preparati per la gloria, i quali sono i chiamati «non soltanto fra i Giudei, ma anche fra i gentili»! - Israeliti fra i gentili? Non a caso, l’apostolo cita Hoshea, che, come abbiamo già visto nello studio sui Profeti, annunciò la dispersione della Casa di Israele fra le nazioni, la loro perdita dell’identità ebraica ed il loro riscatto quando essi saranno divenuti “Lo-Ammi”. Hoshea non ha fatto alcuna profezia sui gentili, ma soltanto sulla Casa di Israele. Perché Paolo identifica questi eletti ʹgentiliʹ con quel popolo di cui profetizzò Hoshea? - Shaul ribadisce che è questa casa che è stata già innanzi “preparata per la gloria”, quindi chiamata dal luogo dove si diceva di loro “voi non siete mio popolo”. Essi sono gli eletti fra i gentili, la progenie fisica di Yakov, coloro che nell’Era Messianica saranno nuovamente riuniti alla Casa di Yehudah, e sarà così restaurata la tenda di David.
In questo modo, le profezie armonizzano pienamente con il messaggio paolino.
9:27 E Yeshayahu esclama riguardo a Israele: «Quand’anche il numero dei figliuoli d’Israele fosse come la rena del mare, il rimanente solo sarà salvato; 28 perché Adonay eseguirà la Sua parola sulla terra, in modo definitivo e reciso».
Qui Shaul si riferisce alla profezia seguente:
Un residuo, il residuo di Yakov, tornerà all’Elohim potente. Poiché, quand’anche il tuo popolo, o Israele, fosse come la rena del mare, un residuo soltanto ne tornerà; uno sterminio è decretato, che farà traboccare la giustizia. Poiché lo sterminio che l’ha decretato, Adonay, l’Eterno degli eserciti, lo effettuerà in mezzo a tutta la terra. Così dunque dice Adonay, l’Eterno degli eserciti: «O popolo mio, che abiti in Tzion, non temere l’Assiro, benché ti batta di verga e alzi su te il bastone, come fece l’Egitto!» (Yeshayahu 10:21-24)
Questa profezia è rivolta non ai Giudei, ma alla Casa di Israele, come emerge dai particolari: - Il loro numero, come la sabbia del mare, è la stessa espressione che troviamo in Hoshea 1:10 in riferimento alla Casa di Israele ‒ Yeshayahu e Hoshea erano contemporanei. - Soltanto un residuo della Casa di Israele ritornò alla propria terra, la grande maggioranza rimase nell’esilio fino ad oggi (mentre i Giudei ritornarono da Babilonia e ricostruirono la loro nazione, ed anche quelli che non ritornarono mantennero la loro identità ed il loro legame con Yerushalaym). - Il riferimento all’Assiro è attinente soltanto alla Casa di Israele, perché è stato il regno di Samaria ad essere deportato dagli Assiri, non i Giudei (che lo furono da Babilonia, ma ritornarono dopo 70 anni). Tutti questi riferimenti, e quelli precedenti, danno un’indicazione precisa che questo Israele di cui parla Shaul non sono i Giudei, e ciononostante, si tratta dell’Israele fisico, la discendenza carnale di Yakov.
9:30 Che diremo dunque? Diremo che i gentili, i quali non cercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, ma la giustizia che viene dalla fede; 31 mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non ha conseguito la legge della giustizia. 32 Perché? Perché l’ha cercata non per fede, ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d’intoppo, 33 siccome è scritto: «Ecco, io pongo in Tzion una pietra d’intoppo e una roccia d’inciampo»; ma chi crede in lui non sarà svergognato.
L’apostolo continua a fare riferimento al Profeta Isaia, specificando che l’errore della Casa di Israele fu farsi la propria giustizia, quando separandosi da Yehudah si creò una propria legge ‒ proprio come la chiesa! Lasciando da parte la Torah, si è data una legge sostitutiva, non avendo fede nella Torah. Il brano delle Scritture che Paolo cita è Isaia 8:14, il quale è parte del discorso che contiene l’annuncio di redenzione per le Tribù del Nord, dicendo: «Come nei tempi passati Elohim coprì di obbrobrio il paese di Zevulun e il paese di Neftali, così nei tempi a venire coprirà di gloria la terra vicina al mare, di là dal Yarden, la Galilea dei Gentili. Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende» (Isaia 8:23; 9:1). Il Profeta va oltre, annunciando l’ostilità della Casa di Israele contro i Giudei: «Menasheh divora Efrayim, ed Efrayim Menasheh; insieme piombano su Yehudah» (Isaia 9:20). Questa profezia illustra in modo eclatante l’atteggiamento dei cristiani nei confronti dei Giudei: anche se tra di loro sono divisi e si combattono a vicenda (soprattutto per questioni dottrinali), hanno un sentimento unanime contro i Giudei (o perlomeno, contro il Giudaismo). Per approfondimenti, consultare in questo studio Yeshayahu 8:13 e successivi.
10:3 Perché, ignorando la giustizia d’Elohim, e cercando di stabilir la loro propria, non si sono sottoposti alla giustizia d’Elohim;
Paolo è molto esplicito quando dice che “ignorando la giustizia d’Elohim, e cercando di stabilir la loro propria, non si sono sottoposti alla giustizia d’Elohim”‒ c’è una giustizia d’Elohim ed un’altra stabilita dall’uomo: la giustizia d’Elohim è espressa in tutte le Scritture, con dei comandamenti precisi, ovvero, la Torah; quella degli uomini è stata creata per non sottoporsi alla giustizia d’Elohim, ed è proprio ciò che ha fatto il cristianesimo. Questo verso si può ben parafrasare senza alterare minimamente il senso in questo modo: “ignorando la Torah, e cercando di stabilir la loro propria legge, non si sono sottoposti alla Torah”.
10:4 poiché il compimento della Legge è il Messia, per esser giustizia ad ognuno che crede.
Questo passo è uno di quelli che i cristiani usano in modo errato per giustificare la loro inosservanza della giustizia d’Elohim; ciò in parte non è addebitabile alla maggioranza di loro ma ai traduttori, che volutamente o meno, hanno scritto ʹtermine della leggeʹ o ʹfine della leggeʹ anziché compimento (come rendono correttamente alcune traduzioni fedeli al testo originale). Con questo intendono dire che accettando il Messia, non sono più sottoposti alla Legge -che essi confondono con la Torah-, quindi in teoria, possono usare il Nome d’Elohim in vano, adorare altri déi, violare lo Shabat, disonorare i genitori, uccidere, commettere adulterio, ecc. Non è così? Allora, in che senso dev’essere interpretato il ʹfineʹ della Legge? Nel senso che Yeshua stesso ha dichiarato: «Non pensate che io sia venuto per sciogliere la Torah o i Profeti; io sono venuto non per sciogliere ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un yod o un apice della Torah passerà senza che tutto sia adempiuto». Quindi, lo scopo dell’accettare il Messia non è ignorare la Legge, ma riuscire a portarla a compimento, com’egli stesso ordinò! Yeshua è stato molto chiaro quando disse: «Voi siete miei amici, se fate le cose che io vi comando» (Yohanan 15:14) ‒ Non basta soltanto credere, ma fare ciò ch’egli ha comandato, e ciò che ha comandato, è l’osservanza della Torah, come risulta ben chiaro dal sermone sul monte e da tutto il suo insegnamento. In una parabola, Yeshua illustrò l’atteggiamento che i suoi discepoli devono avere nei confronti dell’operare, perché non basta credere: «“Or che vi par egli? Un uomo aveva due figliuoli. Accostatosi al primo disse:Figliuolo, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli, rispondendo, disse: Vado, signore; ma non vi andò. E accostatosi al secondo, gli disse lo stesso. Ma egli, rispondendo, disse: Non voglio; ma poi, pentitosi, v’andò. Qual dei due fece la volontà del padre?Essi gli dissero: L’ultimo”» (Matteo 21:28-31). Così anche i cristiani, dicono di fare ciò che Yeshua ha detto, ma in realtà non lo fanno, mentre i Giudei osservanti della Torah, che non credono in Yeshua, fanno ciò ch’egli ha detto.
Infatti Paolo qui dice che il compimento della Legge è il Messia, perché coloro che credono possano raggiungere la giustizia. Credere implica non solo accettare che Yeshua ha pagato il prezzo del riscatto, ma fare ciò ch’egli ha comandato.
10:12 Poiché non v’è distinzione fra Giudeo e Greco; perché lo stesso Signore è Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che Lo invocano;
Non v’è distinzione fra Giudeo e Greco”‒ questa dichiarazione ricorre tre volte nelle lettere paoline: qui, in Galati 3:28 e Colossesi 3:11. Sostanzialmente in questi tre passi l’apostolo intende comunicare la stessa cosa: che non c’è differenza in quanto a dignità, il che non implica che non ci siano le diversità riguardanti le promesse ed il ruolo che ciascuno deve svolgere (d’altronde, lo stesso Paolo in questa lettera dice: “il Giudeo prima, e poi il Greco” ‒ 1:16; 2:9,10). Per poter analizzare questa affermazione, conviene accostare questo verso a quelli paralleli:
Giacché avete svestito l’uomo vecchio coi suoi atti e rivestito il nuovo, che si va rinnovando in conoscenza ad immagine di Colui che l’ha creato. Qui non c’è Greco e Giudeo, circoncisione e incirconcisione, Barbaro, Scita, schiavo, libero, ma il Messia è ogni cosa e in tutti.(Colossesi 3:10-11)
Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Yeshua Messia. (Galati 3:28)
In questi elenchi di termini opposti, Shaul illustra l’eguaglianza in quanto alla loro condizione d’immagine del Creatore ed alla redenzione, che può essere ottenuta da chiunque. Sia il Giudeo che il Greco sono immagine d’Elohim, come lo sono l’uomo e la donna, e tutti gli esseri umani di qualunque razza o condizione sociale. Purtroppo, i cristiani interpretano che i Giudei messianici, avendo riconosciuto Yeshua come il Messia d’Israele, non debbano più essere Giudei, abbandonando la Torah! Invece Paolo dà degli esempi ben specifici, che rendono chiaro il concetto che in realtà la fede in Yeshua non cambierà né la natura né i ruoli di ciascun credente. Così come è impossibile per il circonciso diventare incirconciso, il Giudeo non potrà mai diventare gentile; il Barbaro non potrà cambiare la sua etnia, né potrà farlo lo Scita; in quanto allo schiavo, Paolo stesso raccomanda che se può rendersi libero lo faccia, ma se rimane servo ciò non altera la sua fede; e poi ci dà l’esempio più significativo: “non c’è né maschio né femmina”‒ significa forse che non esiste più la distinzione di sesso? Se veramente i cristiani credono che una volta convertiti a Yeshua non esistano più le differenze, allora perché nelle loro chiese non abbattono il muro che separa i servizi igienici degli uomini da quelli delle donne, visto che già non c’è né maschio né femmina, e così vanno tutti assieme allo stesso bagno? E se qualche fratello, non riuscendo più a distinguere un sesso dall’altro ha dei rapporti particolari: perché scandalizzarsi? Evidentemente, se questi termini opposti sono di per sé inconciliabili in quanto all’impossibilità d’appianare le differenze, ciò che Paolo intende dicendo che non c’è Giudeo né Greco come non c’è né maschio né femmina non implica che uno smetta d’essere ciò che è per diventare un’altra cosa. Il Giudeo, sia credente in Yeshua o no, è sempre Giudeo, e come tale è obbligato ad adempiere la Torah, perché è sottoposto ai Patti che lo rendono Giudeo, come l’uomo è tenuto a comportarsi da uomo, e la donna da donna.
10:13 poiché chiunque avrà invocato il Nome del Signore, sarà salvato. 14 Come dunque invocheranno Colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in Colui del quale non hanno udito parlare? E come udiranno, se non v’è chi predichi? 15 E come predicheranno se non sono mandati? Siccome è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone novelle!»
Nelle sue citazioni del Profeta Isaia, Paolo segnala puntualmente quelle che hanno un riferimento alla Casa di Israele. In questo caso si tratta di Isaia 52:7, verso che conviene leggere nel suo contesto originale per poter interpretarlo correttamente:
Scuotiti di dosso la polvere, lèvati, mettiti a sedere, o Yerushalaym! Sciogliti le catene dal collo, o figliuola di Tzion che sei in cattività! Poiché così parla l’Eterno: Voi siete stati venduti per nulla, e sarete riscattati senza danaro. Poiché così parla Adonay, l’Eterno: Il Mio popolo discese già in Egitto per dimorarvi; poi l’Assiro l’oppresse senza motivo. Ed ora che faccio Io qui, dice l’Eterno, quando il Mio popolo è stato portato via per nulla? Quelli che lo dominano mandano urli, dice l’Eterno, e il Mio Nome è del continuo, tutto il giorno schernito; perciò il Mio popolo conoscerà il Mio Nome; perciò saprà, in quel giorno, che sono Io che ho parlato: ‹Eccomi!›. Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone novelle, che annunzia la pace, ch’è araldo di notizie liete, che annunzia la salvezza, che dice a Tzion: «Il tuo Elohim regna!» Odi le tue sentinelle! Esse levano la voce, mandano tutte assieme gridi di gioia; poich’esse veggono con i loro propri occhi l’Eterno che ritorna a Tzion. (Yeshayahu 52:2-8)
Il Profeta Isaia svolse il suo ministerio durante i regni d’Uzziyah, Yotam, Achaz e Hizkiyahu sulla Casa di Yehudah (Yeshayahu 1:1), la quale era nella propria terra. In questo periodo, la Casa di Israele fu oppressa dagli Assiri, venduta e portata in cattività. Non ci sono dubbi che il Profeta non poteva in alcun modo parlare dei Giudei con queste parole, perché essi non erano né oppressi dagli Assiri, né venduti e portati in cattività. L’apostolo applica questa profezia all’Israele di cui egli parla, cioè, a quel popolo ch’egli vorrebbe riscattare da in mezzo ai gentili.
10:16 Ma non tutti hanno ubbidito alla buona novella; perché Yeshayahu dice: «Adonay, chi ha creduto alla nostra predicazione?»
Questa esclamazione si trova in Isaia 53:1; citiamola con il suo contesto originale:
L’Eterno ha nudato il suo braccio santo agli occhi di tutte le nazioni; e tutte le estremità della terra vedranno la salvezza del nostro Elohim. Dipartitevi, dipartitevi, uscite di là! Non toccate nulla d’impuro! Uscite di mezzo a lei! Purificatevi, voi che portate i vasi dell’Eterno! Poiché voi non partirete in fretta, e non ve n’andrete come chi fugge; giacché l’Eterno camminerà dinanzi a voi, e l’Elohim d’Israele sarà la vostra retroguardia. Così molte saranno le nazioni, di cui egli desterà l’ammirazione; i re chiuderanno la bocca dinanzi a lui, poiché vedranno quello che non era loro mai stato narrato, e apprenderanno quello che non avevano udito. Chi ha creduto a quel che noi abbiamo annunziato? e a chi è stato rivelato il braccio dell’Eterno? (Yeshayahu 52:10-12,15; 53:1)
Il messaggio che è stato annunziato è rivolto alle nazioni (in ebraico: Goyim, cioè, i gentili); tuttavia, in mezzo a queste nazioni c’è la Casa di Israele, ch’è colei la quale è chiamata ad uscire e purificarsi, ordine che ripete due volte. Questo brano è la continuazione di quello precedente, in cui abbiamo già specificato che l’Israele del quale parla il Profeta sono gli esiliati del Regno di Samaria, non i Giudei.
10:19 Ma io dico: Israele non ha egli compreso? Mosheh pel primo dice: «Io vi moverò a gelosia di una nazione che non è nazione; contro una nazione senza intelletto provocherò il vostro sdegno».
Per confermare ciò che sto dicendo sull’identità dell’Israele del quale Shaul parla in questi capitoli, andiamo alla fonte originale per conoscere il contesto al quale egli ha fatto riferimento:
Essi M’han mosso a gelosia con ciò che non è Elohim, M’hanno irritato con i loro idoli vani; e Io li moverò a gelosia con gente che non è un popolo, li irriterò con una nazione stolta. (Deuteronomio 32:21)
Nel tempo degli apostoli, quando anche questa lettera fu scritta, l’ultima cosa che poteva dirsi dei Giudei è che avessero degli idoli: essi erano, come lo sono tuttóra, gelosissimi nemici dell’idolatria. La Casa di Israele invece, era divenuta come i gentili, come coloro che sono “non Mio popolo”.
10:20 E Yeshayahu si fa ardito e dice: «Sono stato trovato da quelli che non Mi cercavano; sono stato chiaramente conosciuto da quelli che non chiedevano di Me». 21 Ma riguardo a Israele dice: «Tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contraddicente».
Rivolgiamoci ancora al testo scritto dal Profeta:
Io sono stato ricercato da quelli che prima non chiedevano di Me, sono stato trovato da quelli che prima non Mi cercavano; ho detto: ‹Eccomi, eccomi›, a una nazione che non portava il Mio Nome. Ho stese tutto il giorno le mani verso un popolo ribelle che cammina per una via non buona, seguendo i propri pensieri; verso un popolo che del continuo mi provoca sfacciatamente ad ira, che offre sacrifizî nei giardini e fa fumare profumi sui mattoni; che sta fra i sepolcri e passa le notti nelle caverne, che mangia carne di porco ed ha nei suoi vasi vivande impure; che dice: ‹Fatti in là, non t’accostare perch’io sono più santo di te›. Cose siffatte, sono per Me un fumo nel naso, un fuoco che arde da mane a sera. Ecco, tutto ciò sta scritto dinanzi a Me; Io non mi tacerò, anzi vi darò la retribuzione, sì, vi verserò in seno la retribuzione delle iniquità vostre, dice l’Eterno, e al tempo stesso delle iniquità dei vostri padri, che hanno fatto fumare profumi sui monti e Mi hanno oltraggiato sui colli; Io misurerò loro in seno il salario della loro condotta passata. Così parla l’Eterno: Come quando si trova del succo nel grappolo si dice: ‹Non lo distruggere perché lì v’è una benedizione›, così farò Io, per amor dei Miei servi, e non distruggerò tutto. Io farò uscire da Yakov una progenie e da Yehudah un erede dei Miei monti; e i Miei eletti possederanno il paese, e i Miei servi v’abiteranno. (Yeshayahu 65:1-9)
Da questo testo emergono dei dettagli molto interessanti: Questo popolo che non porta il Mio Nome ‒“Lo-Ammi”‒, offre sacrifizî sui luoghi non consacrati (non nel Tempio, ma nei giardini e sui mattoni), sta nei siti impuri (i sepolcri) e mangia carne di maiale! Possono essi essere i Giudei? Impossibile, assolutamente! Sin dal ritorno dall’esilio in Babilonia, i Giudei non hanno più commesso simili peccati, e si sono aggrappati alla Torah più che mai. Un popolo che fa e mangia cose impure, non può essere altro che un popolo gentile. Tuttavia, Paolo afferma che si tratti d’Israele ‒ ed anche il Profeta, perchè parla della Casa di Israele, non di quella di Yehudah. Come in Isaia 52:10-12, sono invitati a purificarsi perché essi avevano profanato il Patto e la Torah, rendendosi impuri, e sono chiamati a ritornare sui loro passi.
Curiosamente, c’è un popolo che malgrado faccia tutte queste cose contro l’Eterno e la Sua Legge, si ritiene più santo degli altri... non vorrei fare nomi. Essi dicono che non c’è più bisogno della Torah, e mangiano cose impure... Certamente, non sono i Giudei. Nella conclusione di questo brano, il Profeta nomina Yehudah come un’entità separata, annunciando una progenie da Yakov, ma un’eredità che proviene da Yehudah, alla quale appartengono i Monti d’Israele. I teologi cristiani sostenevano che i Giudei non potevano ritornare alla loro terra senza prima essere diventati cristiani. Hanno dovuto ricredersi davanti ai fatti, perché i Giudei hanno già ricevuto la loro eredità ed abbiamo già visto compiuta la profezia del loro ritorno sui Monti d’Israele. Dobbiamo ancora vedere il ritorno della chiesa alle sue origini, all’insegnamento di Yeshua, il Messia d’Israele.
11:1 Io dico dunque: Elohim ha Egli reietto il Suo popolo? Così non sia; perché anch’io sono Israelita, della progenie d’Avraham, della Tribù di Binyamin. 2 Elohim non ha reietto il suo popolo, che ha preconosciuto.
Il capitolo 11 della lettera ai Romani è una vera pietra d’inciampo per l’esegesi cristiana, proprio perché senza la consapevolezza del linguaggio biblico riguardante Israele e Yehudah, non può essere compreso. Come nell’introduzione di questo argomento (9:2), egli non parla di Giudei ma di Israeliti, ed egli stesso s’identifica come tale. Certo, un Israelita può anche essere un Giudeo, ma non necessariamente, mentre che tutti i Giudei sono Israeliti ‒ quindi, è lécito a Shaul dire che lo è anche lui. L’apostolo afferma ancora la predestinazione d’Israele, per la quale dev’essere riscattato e redento. Dopo i rimproveri profetici che Paolo ha citato, deve chiarire che Elohim non ha finito con il Suo popolo, e non l’ha rifiutato come potrebbe sembrare. Egli prende riferimento ancora da Isaia:
Ma tu, Israele, Mio servo, Yakov che Io ho scelto, progenie d’Avraham, l’amico Mio, tu che ho preso dalle estremità della terra, che ho chiamato dalle parti più remote d’essa, e a cui ho detto: ‹Tu sei il mio servo; t’ho scelto e non t’ho reietto›, tu, non temere, perché Io sono con te; non ti smarrire, perché Io sono il tuo Elohim; Io ti fortifico, Io ti soccorro, Io ti sostengo con la destra della Mia giustizia. (Yeshayahu 41:8-10)
Poi Shaul continua dando un esempio chiaro su quale è l’Israele di cui egli sta parlando sin dall’inizio:
11:2 Non sapete voi quel che la Scrittura dice, nella storia d’Eliyahu? Com’egli ricorre ad Elohim contro Israele, dicendo: 3 «O Adonay, hanno ucciso i Tuoi profeti, hanno demoliti i Tuoi altari, e io sono rimasto solo, e cercano la mia vita?» 4 Ma che gli rispose la voce divina? «Mi sono riserbato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal». 5 E così anche nel tempo presente, v’è un residuo secondo l’elezione della grazia. 6 Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, grazia non è più grazia.
Perché Paolo menziona il Profeta Eliyahu? Chi voleva la sua vita? Eliyahu fu il più grande Profeta, e svolse il suo ministerio interamente nella Casa di Israele, senza mai avere a che fare con la Casa di Yehudah. Egli visse quando nel Regno di Israele regnavano i malvagi Achav e sua moglie Izevel, e poi Achazyah loro figlio. In quello stesso periodo, sulla Casa di Yehudah regnavano Asa e poi Yehoshafat, entrambi furono dei re che servirono Elohim e non tollerarono l’idolatria. Quindi, è chiaro ancora una volta, che Paolo si sta riferendo sempre allo stesso popolo, la Casa di Israele e non i Giudei.
Chi aveva demolito gli altari dell’Eterno? Chi aveva ucciso i Suoi profeti? Quella Casa di Israele che poi fu portata in esilio e non ne ritornò più per la sua impenitenza. Ciononostante, c’era stato sempre un gruppo di persone che non si sono allineati con l’idolatria ufficiale, coloro che conservavano ancora la conoscenza del Creatore (come avevo già detto sui popoli gentili che non hanno mai avuto la possibilità d’udire il messaggio dell’Evangelo). Per causa di questi eletti, la grazia è arrivata a tutta la Casa di Israele ed ai gentili fra i quali dimora. Certamente, questi non hanno fatto alcuna cosa per meritare la grazia divina, perchè questa è, appunto, grazia ‒ che non è un concetto opposto a Torah, ma è l’elemento necessario perché la Torah possa essere compiuta.
11:7 Che dunque? Quel che Israele cerca, non l’ha ottenuto; mentre il residuo eletto l’ha ottenuto; 8 e gli altri sono stati indurati, secondo che è scritto: Elohim ha dato loro uno spirito di stordimento, degli occhi per non vedere e degli orecchi per non udire, fino a questo giorno. 9 E David dice: La loro mensa sia per loro un laccio, una rete, un inciampo, e una retribuzione. 10 Siano gli occhi loro oscurati in guisa che non veggano, e piega loro del continuo la schiena.
Quando Shaul dice che quello che Israele cerca non l’ha ottenuto, specifica che è stato il residuo eletto ad ottenerlo: Qual’è questo residuo eletto? La chiesa? No! Perché togliere questo verso dal contesto? L’apostolo a appena detto che questo rimanente eletto è il residuo della Casa di Israele! (11:4-5), quei settemila che non hanno piegato il ginocchio davanti agl’idoli! Non parla di persone che erano nell’idolatria e si sono convertiti! Il rimanente d’Israele nelle Scritture si riferisce sempre alle Tribù che si sono separate da Yehudah:
Odiate il male, amate il bene, e, alle porte, stabilite saldamente il diritto. Forse, l’Eterno, l’Elohim degli eserciti, avrà pietà del rimanente di Yosef. (Amos 5:15)
In seguito, Paolo parla degli ʹaltriʹ che sono stati induriti perchè non possano capire. Chi sono questi ʹaltriʹ? Egli li identifica con i nemici di David, citando il seguente verso:
Sia la mensa, che sta loro dinanzi, un laccio per essi; e, quando si credono sicuri, sia per loro un tranello! gli occhi loro si oscurino, sì che non veggano più, e fa’ loro del continuo vacillare i lombi. (Salmo 69:22-23)
Chi erano i nemici di David? Non certamente i Giudei! I suoi nemici erano gentili, oppure in alcuni periodi anche quelli della Casa di Israele, come il Re Shaul che lo perseguitava; poi David non fu riconosciuto come re dalla Casa di Israele per sette anni che regnò ad Hevron; e poi anche Avshalom, che divenne suo nemico, s’appoggiò non a Yehudah ma alla Casa di Israele (2Shmuel 15:2-6) ‒ ricordate che nei libri di Shmuel si parla sempre di Yehudah ed Israele come due entità separate, come abbiamo visto nella prima sezione di questo studio.
Come emerge da tutti i brani delle Scritture citati da Paolo, e dalle sue proprie parole, egli non ha nominato i Giudei come l’Israele di cui parla in questi capitoli. In quei tempi, il popolo ed anche i destinatari della lettera avevano ben chiaro il concetto di Israele come una nazione divisa in Israeliti Giudei ed Israeliti non-Giudei. Anche lo storico Giuseppe Flavio attesta che esistevano le Tribù disperse, le quali non erano Giudei. Purtroppo, tale conoscenza s’è persa dal momento in cui i Giudei messianici sono stati banditi dall’assemblea che divenne poi la chiesa cristiana. Ed ora l’apostolo ci presenta il mistero d’Israele nell’allegoria degli ulivi, che costituisce l’essenza del messaggio di questa lettera:
11:11 Io dico dunque: Hanno essi così inciampato da cadere? Così non sia; ma per la loro caduta la salvezza è giunta ai gentili per provocar loro a gelosia. 12 Ora se la loro caduta è la ricchezza del mondo e la loro diminuzione la ricchezza dei gentili, quanto più lo sarà la loro pienezza! 13 Ma io parlo a voi, o gentili: In quanto io sono apostolo dei gentili, glorifico il mio ministerio, 14 per veder di provocare a gelosia quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. 15 Poiché, se la loro reiezione è la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non una vita d’infra i morti? 16 E se la primizia è santa, anche la massa è santa; e se la radice è santa, anche i rami sono santi. 17 E se pure alcuni dei rami sono stati troncati, e tu, che sei olivastro, sei stato innestato in luogo loro e sei divenuto partecipe della radice e dello splendore dell’ulivo, 18 non t’insuperbire contro ai rami; ma, se t’insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: Sono stati troncati dei rami perché io fossi innestato. 20 Bene: sono stati troncati per la loro incredulità, e tu sussisti per la fede; non t’insuperbire, ma temi. 21 Perché se Elohim non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppur te. 22 Vedi dunque la benignità e la severità d’Elohim; la severità verso quelli che sono caduti; ma verso te la benignità d’Elohim, se pur tu perseveri nella Sua benignità; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Ed anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Elohim è potente da innestarli di nuovo. 24 Poiché se tu sei stato tagliato dall’ulivo per sua natura selvatico, e sei stato contro natura innestato nell’ulivo domestico, quanto più essi, che sono dei rami naturali, saranno innestati nel loro proprio ulivo?
Quello che i teologi cristiani non riescono a spiegare in maniera coerente, ma soltanto elaborando delle ipotesi non convincenti, e perché la caduta d’Israele era necessaria per la salvezza dei gentili. Se, com’essi sostengono, questo Israele si riferisce ai Giudei, i quali non hanno ricevuto Yeshua come Messia, cosa sarebbe cambiato per i gentili se i Giudei invece l’avessero accettato? Non poteva l’Evangelo essere predicato ai gentili lo stesso, se tutti i Giudei fossero divenuti messianici? Cosa impediva che anche i gentili credessero al messaggio apostolico? Non fu Shaul chiamato ad essere l’apostolo dei gentili quando ancora tutti o quasi tutti i discepoli di Yeshua erano Ebrei, e molti Giudei continuavano ad aggiungersi all’assemblea? Evidentemente, la spiegazione cristiana dispensazionalista ed altre simili non hanno nessun senso e sono completamente fuori dal contesto storico e culturale degli scrittori biblici e dal messaggio che essi hanno voluto trasmettere. I teologi dimenticano che coloro che hanno scritto la Bibbia erano Ebrei, con una cultura ebraica, una personalità ebraica, un’eredità ebraica, una mentalità ebraica, con una piena consapevolezza dell’esistenza delle due Case di Israele e la diversità delle profezie per l’una e l’altra. Se invece si riesce ad afferrare il concetto che è stata la dispersione della Casa di Israele in mezzo ai gentili ciò che ha portato benedizione a tutti i popoli, perché nell’eseguire il comandamento di Yeshua di cercare prima le pecore perdute della Casa di Israele è stato assolutamente necessario predicare l’Evangelo a tutti perché la Casa di Israele non è identificabile, tutto il discorso di Paolo diventa perfettamente coerente e comprensibile. Biblicamente, l’ulivo è figura d’Israele. Alcuni rami di questo ulivo sono stati troncati per la loro reiezione: quando è avvenuta questa reiezione, e nei confronti di chi? Il Profeta Hoshea lo dice chiaramente, che mentre Elohim ha avuto compassione della Casa di Yehudah, non l’ha avuta di quella di Israele, ed Egli non fu più il loro Elohim, né essi il Suo popolo (Hoshea 1:6-9). Anche il Salmista scrisse: «Ma ripudiò la tenda di Yosef, e non elesse la Tribù di Efrayim; ma elesse la tribù di Yehudah, il monte di Tzion ch’Egli amava» ‒ Salmo 78:67-68. Allora la Casa di Israele è stata reietta, e s’è mescolata ai gentili, come una focaccia cotta solo da un lato (Hoshea 7:9), senza più un’identità, tuttavia, con una promessa di riscatto (Zekharyah 10:6). Non c’è alcun passo nelle Scritture che parli d’una reiezione della Casa di Yehudah, ma solo delle Tribù che scelsero di separarsi da essa. Ecco quando questi rami sono stati tagliati dall’ulivo, quando una delle due Case fu portata in esilio per non tornare mai più, per non essere più il Suo popolo, fino a quando in mezzo ai gentili saranno redenti e nuovamente chiamati figli dell’Elohim vivente, quindi, reinnestati nell’ulivo originale. Questi rami sono stati troncati per la loro incredulità: A chi non hanno creduto? Ai loro Profeti, i quali hanno predicato perché ritornassero alla Torah, ma essi non hanno voluto ascoltarli, e furono deportati dagli Assiri. Questi, ch’erano dei rami naturali, sono stati tagliati per la loro disubbidienza, non i Giudei, che sono quei rami che rimangono nell’ulivo ‒ perché non tutti i rami sono stati recisi, ma solo alcuni, come Shaul dice in modo chiaro ed inconfutabile. Nell’ulivo, che rappresenta l’intero popolo d Israele, sono innestati i gentili redenti: questo è altrettanto palese e fuori discussione. Come mai, allora, la chiesa pretende che siano i Giudei ad essere innestati in essa? Perchè vuole che i rami dell’ulivo naturale, i quali non sono stati tagliati, siano recisi per essere innestati nell’ulivo selvatico? Non dice Paolo esattamente il contrario, che i gentili convertiti devono essere innestati in Israele? Com’è riuscita la teologia cristiana ad alterare il senso delle Scritture fino al punto di farli dire esattamente il contrario di ciò che dicono! L’apostolo infatti, lancia un monito ai gentili perchè essi non facciano ciò che la chiesa ha proprio fatto, insuperbirsi contro i rami troncati. La chiesa è addirittura andata oltre, perché l’ha fatto non solo contro i rami troncati, ma anche contro quelli naturali rimasti, e contro l’intero albero, e pretende portare la radice (oppure tagliarla)! L’avvertimento di Paolo riguarda particolarmente il cristianesimo e le sue dottrine, soprattutto quelle che sostengono che la salvezza non si possa perdere. L’apostolo dice proprio il contrario: Attenti a non essere recisi voi, il che può essere fatto molto più facilmente di come lo fu per quelli della Casa di Israele, perché essi appartengono alla progenie degli eletti, mentre i gentili sono innestati contro natura!
11:25 Perché, fratelli, non voglio che ignorate questo mistero, affinché non siate presuntuosi; che cioè, un induramento parziale s’è prodotto in Israele, finché sia entrata la pienezza dei gentili; 26 e così tutto Israele sarà salvato, secondo che è scritto: Il liberatore verrà da Tzion; 27 Egli allontanerà da Yakov l’empietà; e questo sarà il Mio patto con loro, quand’Io torrò via i loro peccati.
Qui Shaul svela un mistero. Cosa significa questa parola? Dal greco mysterion, ed essa da mýstes, “iniziato”, dal verbo mýein, “chiudere”, rappresenta una verità soprannaturale che non può essere conosciuta per mezzo dell’intelligenza, un fenomeno inspiegabile razionalmente (definizione del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli). Un mistero è una realtà chiusa alla conoscenza generale. Se l’interpretazione di queste rivelazioni di Paolo fossero come proposte dalla teologia cristiana, non ci sarebbe alcun motivo per chiamarla ʹmisteroʹ. Inoltre, la spiegazione cristiana convenzionale non ha senso: essa consiste nella teoria che quando sia compiuto il numero di tutti i gentili che devono essere salvati, allora Elohim riprenderà il suo rapporto con i Giudei, i quali sarebbero la parte d’Israele che s’è indurita. Tutta questa speculazione sorge da una distorsione dei termini ed una forzatura dell’interpretazione:
- Un indurimento parziale d’Israele non è lo stesso che un indurimento [totale] di una parte d’Israele. In altre parole: non è che una parte di Israele, ossia i Giudei, sono stati induriti non accettando Yeshua come Messia (mentre una minoranza d’essi lo ha accettato) affinché potessero entrare i gentili ‒tesi che non ha nessuna logica‒, ma piuttosto che tutto il popolo d’Israele, Giudei e non, è stato parzialmente indurito nei confronti della controparte, non riconoscendosi a vicenda. Gli avvenimenti storici hanno infatti causato questo indurimento reciproco. Nel periodo apostolico, nell’ambiente Giudeo c’era una consapevolezza della Casa di Israele in esilio, la quale ha perso importanza quando gli stessi Giudei sono stati costretti alla Diaspora e di conseguenza, dimenticando completamente l’esistenza dell’altro Israele che viveva come i gentili fra i gentili, i Giudei sono divenuti gli unici rappresentanti legittimi di tutto Israele. In quanto all’aspetto religioso, i discepoli di Yeshua, ossia i nazareni, erano una corrente all’interno del Giudaismo, ma l’ingresso dei gentili e la successiva esclusione dei Giudei messianici dalla chiesa, hanno provocato una rottura definitiva ed inconciliabile tra Giudei e cristiani (fra i quali si trova la Casa di Israele), come fu profetizzato: «Poi spezzai l’altro bastone Vincoli, per rompere la fratellanza fra Yehudah ed Israele» ‒Zekharyah 11:14.
- «Finché sia entrata la pienezza dei gentili, e così tutto Israele sarà salvato»: Questa frase non dice “finché sia entrata la pienezza dei gentili, e poi [dopo, in seguito, successivamente] tutto Israele sarà salvato (convertendosi al cristianesimo)”, ma dice invece “finché sia entrata la pienezza dei gentili, e così [in questo modo, perciò] tutto Israele sarà salvato”. La redazione della frase è univoca, indicando non un avvenimento (la salvezza di tutto Israele) che succede alla conclusione di un altro precedente (l’entrata dei gentili), ma che si compie contemporaneamente, attraverso questo, il quale è il metodo, la maniera in cui si realizza, e non una vicenda separata. Qui è contenuta l’essenza del mistero d’Israele: il fatto che con l’entrata dei gentili nella redenzione è possibile riscattare tutto Israele. L’espressione “pienezza dei gentili” in ebraico è melo ha-Goyim, e nelle Scritture Ebraiche la troviamo nella benedizione di Yakov ad Efrayim in Genesi 48:19, che dice: «il suo fratello più giovane sarà più grande di lui, e la sua progenie diventerà una moltitudine di nazioni» ‒ le espressioni “pienezza dei gentili” e “moltitudine di nazioni” corrispondono ad un’unica espressione in ebraico: melo ha-Goyim. Quindi, la rivelazione di Shaul in questo verso si può capire parafrasando come segue: «Finché sia entrata la discendenza d’Efrayim, e così tutto Israele (cioè, Yehudah ed Efrayim) sarà salvato». Abbiamo letto in Hoshea che soltanto la Casa di Israele, con Efrayim a capo, è stata rigettata e divenne “Lo-Ammi”, mentre invece Yehudah è salvata mediante l’Eterno (Hoshea 1:7). La Casa di Yehudah sono i rami rimasti nell’ulivo, ed Efrayim, la Casa di Israele, i rami recisi e reinnestati ‒ così tutto Israele è di nuovo al completo. Di questo processo di riscatto delle Tribù perdute sono beneficiari anche i gentili, perchè queste Tribù sono di fatto gentili, e affinché l’Evangelo possa raggiungere loro dev’essere predicato a tutti. Nel frattempo, entrambe si sono parzialmente indurite, i Giudei hanno la Torah ma non riconoscono la Casa di Israele ed il suo Messia, mentre che la Casa di Israele non riconosce sé stessa come tale (pur avendo ricevuto il proprio Messia) e persiste nella sua durezza adorando l’Eterno secondo i propri parametri e non secondo la Torah. Successivamente, Shaul fa riferimento al Salmista, quando scrisse: «Oh, chi recherà da Tzion la salvezza d’Israele? Quando l’Eterno ritrarrà dalla cattività il suo popolo, Yakov festeggerà, Israele si rallegrerà» (Salmi 14:7 e 53:6). Ed in relazione ai gentili, questa benedizione s’esprime nei seguenti termini: «Verranno delle nazioni in gran numero e diranno: ‹Venite, saliamo al monte dell’Eterno e alla casa dell’Elohim di Yakov; Egli c’insegnerà le Sue vie, e noi cammineremo nei Suoi sentieri!› Poiché da Tzion uscirà la Torah, e da Yerushalaym la parola dell’Eterno» (Yeshayahu 2.3; Mikah 4:2). È chiaro che la Casa di Israele ed i gentili redenti con essa dovranno imparare la Torah, quando il loro indurimento verrà tolto.
11:28 Per quanto concerne l’Evangelo, essi sono nemici per via di voi; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati per via dei loro padri; 29 perché i doni e la vocazione d’Elohim sono senza pentimento.
Non ci sono dubbi che è a causa dell’Evangelo le due Case sono diventate nemiche l’una dall’altra, come profetizzato in Zekharyah 11:13-14. Tuttavia, questa inimicizia non influisce sulla redenzione d’entrambe in quanto tutti i discendenti d’Israele sono eletti, e ad essi appartengono i doni e la vocazione (non ai gentili!). Qui Paolo ci rivela un altro aspetto del mistero: Chi saranno gli apostoli ed i profeti in mezzo all’assemblea messianica? Tali doni non sono stati concessi ai gentili ‒ Paolo ribadisce ciò che aveva già dichiarato quando introdusse questo argomento dicendo «Israeliti, ai quali appartengono l’adozione e la gloria e i Patti e la Legge e il culto e le promesse» (9:4). Nel Nuovo Testamento, malgrado ci sia menzione di credenti gentili, nessuno di loro è stato nominato apostolo o profeta. Questa è una prerogativa d’Israele, d’entrambe le Case. Se in mezzo ai gentili tale ministerio è dato a qualcuno, probabilmente è un segno della sua origine...
11:30 Poiché, siccome voi siete stati in passato disubbidienti ad Elohim ma adesso avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati allora disubbidienti, onde, per la misericordia a voi usata, ottengano essi pure misericordia. 32 Poiché Elohim ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
Nella conclusione del suo discorso sul mistero d’Israele, Shaul dimostra ai gentili che sono stati essi per primi a disubbidire, (già nei tempi immediatamente successivi al Diluvio), e quindi poi anche la Casa di Israele tramite la loro disubbidienza (separandosi da Yehudah e quindi dalla Torah) è stata portata allo stesso livello dei gentili, affinché possano tutti avere una possibilità di redenzione ‒ perché senza la necessità di riscatto della Casa di Israele questa non sarebbe giunta alle nazioni.
11:33 O profondità della ricchezza e della sapienza e della conoscenza d’Elohim! Quanto inscrutabili sono i Suoi giudizî, e incomprensibili le Sue vie! 34 Poiché: Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato il Suo consigliere? 35 O chi Gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato? 36 Poiché da Lui, per mezzo di Lui e per Lui sono tutte le cose. A Lui sia la gloria in eterno. Amen.
Magnifica conclusione. Anche se per i gentili risulti incomprensibile l’elezione d’Israele e tutte le cose ad essa connesse, è stata la volontà d’Elohim a determinarle, e nessuno le può contestare. Prima di passare alla terza parte della lettera ai Romani, è utile meditare sul motivo per cui questo argomento sul mistero di Israele è stato indirizzato precisamente a loro anziché ad altri. Abbiamo già accennato parlando di Cornelio, il primo gentile entrato nell’assemblea messianica, se era veramente un gentile oppure uno che si comportava come tale. Egli appartiene alla categoria di quelli chiamati con il termine greco akrobustia in Atti 11:3, come se i suoi antenati avessero dimenticato un patto, quello della circoncisione. Egli era anche il capo della coorte degli Italici, cioè, dei popoli dell’Italia centro-meridionale. Le origini di questi popoli sono svariate, non di provenienza omogenea, ma in genere dalle coste del Mediterraneo orientale. Per esempio, i Siculi erano conosciuti nell’antichità come Tzekelesh, ed avevano una città nel sud di Yehudah che divenne rifugio del Re David, Tziklag (1Shmuel 27:6), la quale apparteneva allora al re dei Filistei, Akish (da identificare con il mitologico Aci di Sicilia). I Sardi, i Daunî ed altri erano anch’essi parte della confederazione di popoli chiamati Kerethei nella Bibbia (2Shmuel 8:18); altri come i Sanniti possono essere stati in origine popoli gentili ma assimilati in Israele durante i regni di David e Salomone. Benché non ci siano prove certe su queste ipotesi, tuttavia la scienza moderna tramite l’analisi del DNA, ha scoperto che le caratteristiche genetiche degli abitanti dell’Italia meridionale sono fra quelle più vicine agli Ebrei, insieme ad altri popoli dove effettivamente si sa che le Tribù separate da Yehudah si sono sparse. Chissà se Paolo conosceva questi misteriosi collegamenti, o è stato ispirato... Anch’io, pur sapendo altre lingue, ho scelto di scrivere questo studio prima in italiano senza avere un motivo preciso.

Parte III

Nella terza ed ultima parte di questa lettera Shaul cambia completamente argomento, non trattando più la “questione ebraica” ma dedicandosi a consigli etici, i quali piacciono tanto alle chiese per stabilire dottrine, leggi e regolamenti. I capitoli 12, 13 e 14 possono definirsi come una versione riformata del ʹsermone sul monteʹ di Yeshua, ma molto meno incisivo e con una minore autorità, piuttosto come una versione adeguata alle circostanze della comunità di Roma in quel momento. Tuttavia, questi consigli paolini ‒ perché sono infatti consigli pastorali, non comandamenti come quelli pronunciati da Yeshua sul monte ‒ hanno completamente eclissato l’insegnamento di Yeshua e sono stati elevati alla categoria di sostituti della Torah per i cristiani.
Tuttavia, sarà opportuno abituarsi alle auto-confutazioni tipiche di Paolo, il quale dice «non c’è né Giudeo né Greco», anzi, no, «il Giudeo prima, poi il Greco»; oppure «non c’è né maschio né femmina», anzi, no, «la donna impari in silenzio con ogni sottomissione, perché il capo della donna è l’uomo»; quindi, «la donna si copra il capo con un velo», anzi, no, «la chioma le è data a guisa di velo»; oppure «è stato alcuno chiamato essendo incirconciso? non si faccia circoncidere», anzi, no, meglio circoncido io stesso Timoteo, il quale è stato chiamato essendo incirconciso... «Sei single? Non sposarti, anzi, se ti vuoi sposare, sposati pure, va bene lo stesso»... Quindi, non è da stupirsi che ci siano migliaia di denominazioni cristiane che si scomunicano a vicenda e tutte quante si fondano sulla "dottrina" paolina! L’unica possibilità di trovare una coerenza fra un insegnamento di Paolo e l’altro, e fra questi ed il resto della Bibbia evitando la conflittualità che ne scaturisce dalla lettura delle sue lettere consiste nel valutare diversi fattori: ∙ che le epistole di Paolo, a differenza delle altre, non sono universali ma sono indirizzate a destinatari specifici, con i loro particolari problemi in un determinato momento; ∙ che le sue affermazioni sono spesso circostanziali, ed egli stesso se ne assume le responsabilità in prima persona, dicendo ad esempio «io ordino», o «io dico per concessione, non per comando», oppure «dico io, non il Signore», ecc. (1Corinzi 7:6,12); ∙ che egli stesso dichiarò di farsi Giudeo con i Giudei, Greco con i Greci, eppure anche Romano con i Romani! (1Corinzi 9:20,21; Atti 22:25). Non poteva egli predicare lo stesso messaggio a tutti? Perché doveva adattarlo secondo l’appartenenza culturale dell’interlocutore? Da ciò dobbiamo capire che i suoi sono consigli, non dottrine universali! La dottrina universale è quella insegnata da Yeshua di Natzaret, ed essa consiste nell’osservanza di tutta la Torah, fino all’ultimo yod e l’ultimo apice (Matteo 5:17-20). Nelle sue considerazioni finali, Shaul cita i Profeti per quanto riguarda il piano di salvezza per i gentili:
15:8 Poiché io dico che il Messia è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della veracità d’Elohim, per confermare le promesse fatte ai padri; 9 mentre i gentili hanno da glorificare Elohim per la Sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i popoli e salmeggerò al Tuo nome. 10 Ed è detto ancora: Rallegratevi, o gentili, con il Suo popolo. 11 E altrove: Nazioni, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli Lo celebrino. 12 E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Yishai, issata come vessillo dei popoli, verso cui si volgeranno premurose le nazioni.
Non è pensabile che Shaul si servisse di testi presi fuori dal contesto per escogitare nuove dottrine, quindi, è utile esaminare la fonte stessa a cui l’apostolo fa riferimento, e collegarla al suo discorso. Non ci sono dubbi sul fatto che questo brano si riferisce alla salvezza dei gentili; tuttavia, non si fa alcun accenno ad un patto con loro, o ad una riforma del Patto precedente che sia accomodante per i gentili. Anzi, non ci si dice nemmeno che possano far parte piena del Popolo Eletto - la salvezza è un atto di misericordia, indipendente dell’elezione, e questo risulta chiaro: «i gentili hanno da glorificare Elohim per la Sua misericordia» ‒ non perché siano stati anch’essi eletti. Questo annuncio è collegato dall’apostolo a quello successivo: «Rallegratevi, o gentili, con il Suo popolo». Questa frase è molto significativa: da una parte ci sono i gentili, dall’altra c’è il Suo popolo ‒ fino a prova contraria, la grammatica stabilisce che la preposizione "con" è un nesso tra due parti diverse e separate; quindi, i gentili salvati, redenti per misericordia, si rallegrano con il Suo popolo, che è Israele. Questo argomento sarà approfondito nello studio sull’Apocalisse, in cui è ben definito il fatto che Israele e le nazioni sono entità separate nella Nuova Yerushalaym.
Infine, l’apostolo cita Isaia 11:10. Questo capitolo indica chiaramente in quale periodo storico si colloca questa condivisione della grazia tra Israele ed i gentili, ed è conveniente trascriverlo per intero:
Yeshayahu 11:1 Poi un ramo uscirà dal tronco di Yishai, e un rampollo spunterà dalle sue radici. 2 Lo Spirito dell’Eterno riposerà su lui: spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di forza, spirito di conoscenza e di timor dell’Eterno. 3 Respirerà come profumo il timor dell’Eterno, non giudicherà dall’apparenza, non darà sentenze stando al sentito dire, 4 ma giudicherà i poveri con giustizia, farà ragione con equità agli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua bocca, e col soffio delle sue labbra farà morir l’empio. 5 La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la cintura dei suoi fianchi. 6 Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo giacerà col capretto; il vitello, il giovine leone e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. 7 La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccini giaceranno assieme, e il leone mangerà lo strame come il bue. 8 Il lattante si trastullerà sul buco dell’aspide, e il divezzato stenderà la mano sul covo del basilisco. 9 Non si farà né male né guasto su tutto il Mio monte santo, poiché la terra sarà ripiena della conoscenza dell’Eterno, come il fondo del mare dall’acque che lo coprono. 10 In quel giorno, verso la radice di Yishai, issata come vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e il luogo del suo riposo sarà glorioso. 11 In quel giorno, il Signore stenderà una seconda volta la mano per riscattare il residuo del Suo popolo rimasto in Assiria e in Egitto, a Pathros e in Etiopia, ad Elam, a Scinear ed a Hamath, e nelle isole del mare. 12 Egli alzerà un vessillo verso le nazioni, raccoglierà gli esuli d’Israele e radunerà i dispersi di Yehudah dai quattro canti della terra. 13 La gelosia d’Efrayim scomparirà, e gli avversari di Yehudah saranno annientati; Efrayim non invidierà più Yehudah, e Yehudah non sarà più ostile ad Efrayim. 14 Essi piomberanno a volo sulle spalle dei Filistei ad occidente, insieme prenderanno i figliuoli dell’oriente; metteran le mani addosso ad Edom ed a Moab, e i figliuoli d’Ammon saran loro sudditi. 15 L’Eterno metterà interamente a secco la lingua del mar d’Egitto; scuoterà minacciosamente la mano sul fiume, e, col suo soffio impetuoso, lo spartirà in sette canali, e farà sì che lo si passi coi sandali. 16 E vi sarà una strada per il residuo del Suo popolo rimasto in Assiria, come ve ne fu una per Israele il giorno che uscì dal paese d’Egitto.
Non c’è ombra di dubbio che questo capitolo si riferisce ai tempi dell’Era Messianica, e che le frasi evidenziate sono da compiersi in quel periodo ‒ L’immagine del leone che mangia l’erbetta insieme all’agnello è un soggetto tipico che usano i cristiani per illustrare l’era in cui essi pensano di regnare (ancora non si sa bene su di chi...). E non c’è neanche alcun dubbio che Shaul sta citando il verso 10, pienamente inserito in questo contesto, e che un teologo come lui non avrebbe usato un riferimento biblico fuori dal suo contesto, perché se fosse così, sarebbe in mala fede. Questa redenzione dei gentili si inserisce nel piano generale nel quale Israele e Yehudah sono sempre un popolo separato dal resto dei redenti, e che ha la preminenza e le promesse: essi ritorneranno da tutte le nazioni (notare che a questo punto i gentili sono quelli che sono entrati nel Regno Messianico e sono sottoposti al governo del figlio di Yishai, David il Messia, e tuttavia, Israele è un popolo separato da loro). In questo periodo, la Casa di Yehudah e la Casa di Israele ritorneranno ad essere radunati come un unico popolo ‒ vedi commento ad Isaia 11:10. Con questo si conclude il contenuto teologico della lettera ai Romani, ciò che segue sono saluti ed informazioni personali dello scrittore verso i destinatari.

sabato 2 gennaio 2010

Tommaso il dubbioso

dal sito:http://www.regnomessianico.it

Ma come si può spiegare il dubbioso Tommaso? Quando questo ex scettico esclamò, quando vide il risorto Yeshùa, “Mio Signore e Mio Dio” (Giovanni. 20:28).

È possibile che, con una sola frase, e prima che i suoi compagni (come i Trinitari ammettono) avessero in mente la Divinità di Yeshùa, stabilisse una teologia che ha fatto di Yeshùa parte di una Trinità e così “vero Dio da vero Dio” sulla falsariga della formula Nicena e più tardi di quella di Calcedonia?

Ha egli dichiarato che Yeshùa fosse parte di una Divinità formata da due persone come alcuni asseriscono?

Nonostante la chiara applicazione di Tommaso del termine “Dio” a Yeshùa in Giovanni 20:28, il famoso teologo Emil Brunner fa la seguente acuta osservazione:

La storia della teologia Cristiana e del dogma c’ insegna di considerare il dogma della Trinità come l’ elemento distintivo dell’ idea Cristiana di Dio…D’ altra parte, dobbiamo onestamente ammettere che la dottrina della Trinità non faceva parte del primo Nuovo Testamento Cristiano… Non è mai stato l’ intento degli originali testimoni di Cristo nel Nuovo Testamento di presentarci un problema intellettuale – quello di tre persone divine – e poi di dirci tacitamente di adorare questo mistero di tre- in – uno.

Non c’ è traccia di tale idea nel Nuovo Testamento.

Questo “misterium logicum”, il fatto che Dio è tre e tuttavia uno, è completamente estraneo al messaggio della Bibbia.

È un mistero che la chiesa, nella sua teologia, ha posto davanti ai fedeli.. ma che non ha alcuna connessione con il messaggio di Yeshùa e degli Apostoli.

Nessuno Apostolo aveva sognato di pensare che vi fossero tre persone divine la cui relazione reciproca e la paradossale unità sono al di fuori della nostra comprensione.

Il mistero della Trinità….. è un pseudo – mistero che è sgorgato, per un’ aberrazione del pensiero logico, dalle righe stabilite nella Bibbia, e non dalla dottrina biblica stessa.

Il significato delle parole bisogna cercarlo nell’ ambiente in cui sono state scritte.

La Bibbia non è stata composta nel 21esimo secolo, e coloro che l’ hanno scritta non sapevano alcunché dei successivi credi e Concili.

Per determinare l’ intento dell’ autore, il contesto è fondamentale.

Nelle pagine del Vangelo di Giovanni Yeshùa non si è mai riferito a se stesso come Dio.

In realtà il Nuovo Testamento usa la parola Dio – nella sua forma Greca ho theos per Dio, il Padre solo, 1350 volte.

Le parole ho theos (cioè l’ Unico Dio) usate in modo assoluto, certamente non sono mai state usate per Yeshùa.

La parola usata da Tommaso per descrivere Yeshùa in Giovanni 20:28 era effettivamente theos (non ho theos).

Ma Yeshùa stesso, quando in Giovanni 10:34, fa riferimento al Salmo 82:6, aveva riconosciuto che nell’ Antico Testamento i Giudici erano chiamati “dei.” “Non è stato scritto nella vostra legge, "Io dico, voi siete dei"? Theos (qui al plurale theoi) apparve nella versione Greca dell’ Antico Testamento detta dei Settanta LXX come titolo per gli uomini che rappresentavano l’ Unico vero Dio.

Yeshùa in nessuna occasione si è mai riferito a se stesso come Dio, nel senso assoluto.

Che precedente ha spinto Tommaso a chiamare Yeshùa “mio Dio”?

Senza dubbio, i primi Cristiani usavano la parola “dio” con più liberalità di quello a cui siamo abituati oggi.

“Dio” era un titolo descrittivo valido per ogni sorta di autorità, compreso l’ imperatore Romano.

Non era limitato, al suo senso assoluto come un nome personale della suprema Divinità, così come l’ usiamo noi, oggi.

Le parole bibliche vengono a noi dalla Chiesa apostolica, ed è da quello ambiente del Nuovo Testamento che noi dobbiamo trovare il loro significato.

Gli insegnamenti di Yeshùa incisi sulla Bibbia sono contrari ad ogni deviazione dallo stretto monoteismo della Torah.

Affermando il credo d’ Israele, Yeshùa ha proclamato: “Ascolta, o Israele! Il Signore nostro Dio è un solo Signore” (Marco 12:29).

Egli ha espresso la sua fedeltà alla più solenne dichiarazione di fede d’ Israele.

Le sue parole non miravano a guidare i discepoli a credere in un altro che è Dio.

Tale concetto è estremamente contraddittorio.

Letto nella sua chiarezza, con parole che ritengono il loro significato originale, l’ assoluta conferma di Yeshùa del principio cardinale del Giudaismo, dovrebbe essere vista come prova definitiva della sua approvazione del monoteismo unitario dell’ Antico Testamento.

Tommaso, che non poteva credere che una resurrezione era avvenuta, fino a quando non ha avuto prove sostanziali e verificabili, solo allora, capì la posizione eminente che Yeshùa assumeva come Messia risorto.

La tanto desiderata grandezza per Israele ora sembrava una vera possibilità.

La dichiarazione di Yeshùa che egli era il Messia era adesso confermata.

Finalmente Yeshùa divenne il Signore di Tommaso ed il “Dio” della Futura Età del Regno (ricordiamo che il termine “Dio” nel giudaismo è dato anche ai rappresentanti di Dio come i giudici, angeli e perfino Mosè).

Tommaso, attraverso le predizioni dell’ Antico Testamento, sapeva benissimo del Regno.

La promessa ad Israele era stata che “un bambino nascerà, un figlio ci sarà dato, sulle sue spalle poggerà il dominio, ed il suo nome sarà Meraviglioso, Consigliere, Dio Potente, (non

onnipotente) Padre Eterno, Principe della Pace” (principe e non re) (Isaia 9:6).

Questa era una dichiarazione chiara ed inconfondibile della venuta del Messia. Ma questo “Dio potente” di Isaia 9:6 è definito, nell’ autorevole lessico Ebraico dell’ Antico Testamento, “eroe divino”, che riflette la maestà divina.”

Quanto all’ espressione “Padre Eterno” il titolo, come percepito dai Giudei, significava “il padre dell’ Età Futura (Messianica).”

La parola Greca (nel LXX) per “eterno” in questo caso non comporta l’ idea di “sempre, per sempre,” “per tutta l’ eternità” passata e futura, come noi normalmente la percepiamo, ma contiene il concetto di “in relazione all’ era (futura).”

In verità, il Signore Messia sarà il genitore dell’Età Futura del Regno di Dio sulla terra fino a quando “ogni cosa gli sarà sottoposta.

Poi il Figlio sarà sottoposto a Colui (Dio, IL Padre) che ha sottomesso ogni cosa a lui (Yeshùa), affinché Dio sia tutto in tutti.” (1 Cor. 15:28).

Era ben risaputo nell’ ambiente Giudaico che un capo umano poteva benissimo esser chiamato padre.

Isaia parlando di un capo d’ Israele dice “Lo investirò con la Tua autorità.

Ed egli diventerà un padre per gli abitanti di Giuda e di Gerusalemme” (Isaia 22:21).

Inoltre non va dimenticato che Yeshùa essendo il secondo Adamo è padre della nuova progenie che è la chiesa.

Tommaso, al contrario di Giuda, era giunto a riconoscere colui che sarebbe diventato il “Dio” dell’ Età Futura, che rimpiazzerà Satana, il “Dio” dell’ età presente (2Cor. 4:4).

È sbagliato pensare che Tommaso sia improvvisamente arrivato a questa nuova rivoluzionaria credenza che Yeshùa era “Dio vero da Dio Vero”.

Non c’ era niente nell’ Antico Testamento, per quanto riguardava la Messianicità di Yeshùa, che predicesse che un essere eterno ed immortale sarebbe diventato un essere umano che sarebbe poi divenuto il Re d’ Israele.

Tuttavia, il re umano potrebbe in certe occasioni, esser chiamato “Dio” come nel Salmo 45:6, dove gli è stato dato anche il titolo “signore” (verso 11).

Sia “Signore” che “Dio” sono titoli Messianici, ed appropriatamente usati da Giovanni che ha scritto tutto il suo libro per convincerci a credere che Yeshùa è il Messia (Giovanni 20:31).

La realtà colpì lo scettico Tommaso quando riconobbe che era proprio Yeshùa risuscitato, attraverso il quale Dio avrebbe restaurato le fortune d’ Israele.

Così Yeshùa divenne “Dio” per Tommaso, nello stesso senso in cui Mosè aveva goduto la posizione di “Dio” quando fu mandato al Faraone.

“Il Signore (YHWH) aveva detto a Mosè, ‘ Vedi, Io ti faccio Dio per il

Faraone…” (esodo 7:1).

Questi titoli di grande onore conferiti ad umani strumenti di Dio non hanno violato il severo monoteismo dell’ Antico Testamento.

E non dovrebbero implicare il crollo del primo principio della Bibbia: Dio è una sola Persona, non due o tre (Marco 12:29).

L’ Angelo di Dio, come rappresentante dell’ Unico Dio d’ Israele nell’ Antico Testamento, anche lui poteva essere chiamato “Dio” (Gen. 16:9, 10, 11, 13).

L’ autorità di YHWH gli era stata conferita perché “il nome di Dio era in lui” (Esodo 23:20, 21).

Nel mondo di quei tempi “Dio” non voleva dire quello che vuol dire per noi oggi.

Una iscrizione che risale al 62 A.C. chiama Re Tolomeo XIII “il signore dio re.”

I Giudei medioevali chiamavano Davide “Nostro Signore Davide” e “nostro Signore Messia,” basandosi sul Salmo 110:1 (cfr. Luca 2:11).

Un teologo Trinitario del diciannovesimo secolo ha questo da dire sul modo in cui Tommaso ha chiamato Yeshùa: “Tommaso ha usato la parola ‘ Dio ’ nel senso in cui è usata per re e giudici (che sono considerati rappresentanti della Divinità) e principalmente è applicabile al Messia.”

Ma che novità ci ha portato l’Apostolo Paolo che è venuto dopo? C’è un’ evidenza scritturale che questo, che in precedenza era un rigido Fariseo abbia abbandonato il patrimonio Giudaico dell’ Antico Testamento ed abbia esteso il suo concetto di Dio ad includere una seconda e terza persona, costruendo così la base per la dottrina della Trinità?

Manipolazioni nel Nuovo Testamento

dal sito:http://www.regnomessianico.it

Matteo 28:19

“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo” (Matteo 28:19)

"La presenza della formula trinitaria in questi versetti ha creato grandi difficoltà agli studiosi. Commentatori e teologi affermano che questa proclamazione così chiara del mistero della Trinità poté essere fornita dalla Chiesa solo dopo parecchi decenni di riflessione teologica. Secondo alcuni esegeti, la presenza di questa espressione è qui dovuta a un'interpolazione posteriore. Questa opinione si è diffusa a tal punto di essere considerata comune. Per illustrare questa posizione, è opportuno segnalare che i riferimenti più antichi a questo versetto di Matteo in Giustino martire, Origene o perfino Eusebio non contengono la formula trinitaria che, secondo numerosi esegeti moderni, deve essere considerata come un'aggiunta posteriore, inserita in occasione della disputa teologica sulla Trinità nel IV secolo.
Il primo testo che ci si presenta è quello di Matteo 28,19, secondo il quale Cristo stesso avrebbe detto ai suoi apostoli: “Andate dunque e ammaestrate [matheteusate] tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”. Come interpretarlo? La Bibbia di Gerusalemme in una nota in calce, riferendosi al verso in questione dice: “È possibile che questa formula risenta, nella sua precisione, dell’uso liturgico stabilitosi più tardi nella comunità primitiva. Si sa che gli Atti parlano di battezzare ‘in nome di Gesù’, (si veda Atti degli Apostoli 1, 5, 2, 38). Più tardi si sarà esplicitato il legame con le tre persone della Trinità”. La maggior parte degli esegeti sostituirebbero la formula iniziale “è possibile” con “è certo”. La formula trinitaria, dunque, non risale al testo originale di Matteo, essendo un’ aggiunta.
Il problema diventa, forse, ancor più radicale. In un articolo apparso nel 1901, Fred C. Conybeare ha analizzato le citazioni di questo testo matteano fatte dallo storico cristiano Eusebio di Cesarea, morto nel 339. È vero che Esuebio conosceva il testo classico da lui citato all’occorrenza, ma nelle sue opere più recenti. Eusebio cita Matteo 28,19 sotto questa forma: “Andate, fate discepoli in tutte le nazioni, nel mio nome. Le due citazioni più interessanti si leggono nella sua Dimostrazione Evangelica. Nel primo passaggio (III, 6, PG 24, col. 233), Eusebio cita integralmente Matteo 28,19 nella sua forma abbreviata, compreso il seguito del testo “[…] insegnando loro a rispettare tutti ciò che vi ho comandato”. Nel secondo passaggio (ibid. col. 240), prima cita le parole: “Andate, fate discepoli in tutte le nazioni”, poi commenta lungamente l’espressione nel mio nome”, prova che ancora in quel tempo, il vangelo di Matteo non contenesse nessuna formula trinitaria. Successivamente Eusebio termina citando nel modo più completo: “Andate, fate discepoli in tutte le nazioni, nel mio nome”. Dunque è certo che Eusebio conoscesse una forma contratta del testo matteano nel quale le parole “battezzando nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito Santo” non erano ancora presenti, ma vi troviamo invece “nel mio nome”.
È ancor più difficile trascurare quest’altra testimonianza di Eusebio di Cesarea, in quanto è sostenuta da Giustino l’apologeta. Nel suo Dialogo con Trifone (39,2), composto verso il 150, egli scrisse che se Dio ritardava il suo giudizio finale lo faceva sapendo che ogni giorno “alcuni, essendo stati fatti discepoli [mathèteuomenous] nel nome del suo Cristo” abbandonavano la via dell’errore. Queste ultime parole mostrano chiaramente che si trattava di pagani, come nel testo di Matteo.
Nella forma contratta, attestata da Eusebio e Giustino, il testo di Matteo offre un buon parallelo con quello di Luca 24, 47: “[…] nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Luca avrebbe rimpiazzato il raro verbo “fare dei discepoli” con il verbo “predicare”, molto più in uso; avrebbe aggiunto anche il tema, a lui caro, del pentimento in vista della remissione dei peccati.
In ogni modo, la formula trinitaria di Matteo 28,19 non può risalire a Cristo.

1 Giovanni 5:7 "Il Comma Giovanneo

L’aggiunta nel testo di Matteo 28:19 non è un caso isolato, infatti esiste un’altra nella prima lettera di Giovanni; si tratta del cosiddetto "comma giovanneo" suona così: "perché tre sono quelli che rendono testimonianza: nel cielo: il Padre, la Parola e lo Spirito Santo e questi tre sono uno" (1 Giovanni 5,7-8). Questo versetto manca in tutti i codici più autorevoli (Sinaitico, Vaticano, Alessandrino), anche in tutte le copie più antiche della Vulgata latina (Codex Amiantinus, Codex Fuldensis, Codex Paulinus e Codex Dublinensis), in tutte le versioni più famose (Siriache, Copte, Armena, Georgiana, Etiopica, Araba, Slava, Gotica); e non è citato da nessuno dei primi quattro Concilii (Efeso 325, Costantinopoli 381, Efeso 431, Calcedonia 451), neppure nelle polemiche contro Ario. Esiste, pertanto, un consenso quasi unanime sul fatto che il comma giovanneo sia una nota esplicativa contenuta in alcuni manoscritti ed inglobata nel testo da qualche scriba sbadato, o da qualche scriba alla ricerca di prove scritturali che confermassero la trinità.

Quasi tutte le bibbie cattoliche e protestanti hanno oggi eliminato il comma giovanneo, riconoscendo fondate le osservazioni mosse dalla critica testuale, dalla ricerca storica e dalla moderna esegesi. Rimangono solo alcune traduzioni protestanti che conservano il comma giovanneo (ad esempio la Nuova Diodati e la New King James), in quanto ancora tratte dal Textus Receptus di Erasmo da Rotterdam.

1 Timoteo 3:16

Esiste un errore ancora più paradossale legato al Textus Receptus, ovvero l'alterazione involontaria, nel Codex Alexandrinus, di 1 Timoteo 3:16.

Textus Receptus 1 Timoteo 3,16
--------------------------------------
"senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne"
--------------------------------------

Westcott - Hort 1 Timoteo 3,16
--------------------------------------…
"senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Egli è stato manifestato in carne"
--------------------------------------…
Quale delle due lezioni è quella corretta? Non è una differenza da poco perché il testo del Textus Receptus conferma in maniera indiscutibile che Gesù è Dio mentre la seconda versione dice semplicemente che Gesù Cristo si è incarnato senza entrare nel discorso della Sua divinità.

Per arrivare alla soluzione, anticiperò qui che i cosiddetti "nomina sacra" cioè i nomi sacri, erano spesso abbreviati. Ad esempio Theos (in greco ΘΕΟΣ) poteva venire abbreviato con le sole consonanti "Theta Sigma" (ΘΣ) con una lineetta sopra le due lettere che indicava appunto che si trattava di un'abbreviazione.

Nel 1715 il più importante studioso biblico del XVIII secolo, Johann James Wettstein, si recò in Inghilterra per un tour letterario e non perse l'occasione di esaminare dal vivo il famoso Codex Alexandrinus che allora era conservato alla British Library mentre adesso è al British Museum.
Esaminando il versetto in questione Wettstein si accorse che la riga sovrastante le due lettere era stata tracciata con un inchiostro diverso da quello delle parole circostanti e quindi era stata fatta da uno scriba in un momento successivo. Ma perché quello scriba avrebbe inserito quella lineetta orizzontale sulle due lettere?

Per capire il motivo dell'errore bisogna ricordare che il Codex Alexandrinus era scritto in onciale maiuscolo, cioè tutte le lettere erano scritte in maiuscolo. La lettera greca "Omicron " maiuscola si scrive come la nostra O mentre la "Theta " maiuscola si scrive come una O con un trattino orizzontale dentro l'ovale Θ. In pratica, trattino interno a parte, le due lettere sono quasi identiche.

Esaminando la pergamena Wettstein si accorse che la lineetta orizzontale dentro la O in realtà non era parte della lettera ma era filtrata dall'altro lato della vecchia cartapecora. In pratica quella parola invece di essere l'abbreviazione di "Dio" con le lettere Theta e Sigma ΘΣ era invece una parola composta da Omicron e Sigma ΟΣ e significava "chi - il quale". Ecco spiegato perché lo scriba aveva tracciato la lineetta sopra le due lettere.
Tratto in inganno da quella lettera che lui aveva letto "Theta" aveva pensato che si trattasse di un'abbreviazione di Theos (ΘΕΟΣ) nella quale era stato dimenticato il trattino orizzontale sopra le due lettere e aveva pensato di "rimediare all' errore" creandone in realtà uno nuovo che poi era stato ripreso in buona fede da Erasmo nel Textus Receptus.

Quindi ricapitolando ΘΣ=Dio ΟΣ=Colui o Egli; come potete vedere la differenza sta nel trattino al centro della prima lettera.

Tornando alla Nuova Diodati e al Comma Giovanneo, vediamo questa curiosa traduzione a confronto di 1 Timoteo 3:16:

(Nuova Riveduta): Senza dubbio, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra le nazioni, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.

(C.E.I.): Dobbiamo confessare che grande è il mistero della pietà: Egli si manifestò nella carne, fu giustificato nello Spirito, apparve agli angeli, fu annunziato ai pagani, fu creduto nel mondo, fu assunto nella gloria.

(Nuova Diodati): E, senza alcun dubbio, grande è il mistero della pietà: Dio è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello Spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato tra i gentili, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.

(Riveduta): E, senza contraddizione, grande è il mistero della pietà: Colui che è stato manifestato in carne, è stato giustificato nello spirito, è apparso agli angeli, è stato predicato fra i Gentili, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.

(Diodati): E senza veruna contradizione, grande è il misterio della pietà: Iddio è stato manifestato in carne, è stato giustificato in Ispirito, è apparito agli angeli, è stato predicato a' Gentili, è stato creduto nel mondo, è stato elevato in gloria.

Come potete vedere, la Nuova Diodati mantiene ancora l'errore sopra disc
usso!

La cosa triste in tutto questo è che a causa di queste manipolazione, spesso vengono alimentate dottrine che alla fine non hanno le loro basi nella bibbia, ma in versi non autentici.

sabato 12 dicembre 2009

Gli Ebrei: L’eredità spirituale

Shem, padre di tutti i figli di Ever...” Bereshyit 10:21

In Genesi 10:21 è scritto “Shem, padre di tutti i figli di Eber” – o più correttamente, “Ever”, secondo la pronuncia ebraica. Cosa significa questo? Perché Ever, il quinto di undici patriarchi da Noach ad Avraham, è nominato in modo specifico come il capostipite di una discendenza che crediamo inizia solo sei generazioni dopo? Ever è infatti il progenitore di molti popoli e la sua discendenza si divide in due rami separati, e da solo uno di questi discende poi Avraham, il “padre degli Ebrei”, mentre dall’altro provengono invece dei popoli che con il tempo divennero parte delle etnie comunemente conosciute come popoli Arabi, quindi, non più Ebrei. La genealogia compresa da undici generazioni da Noach ad Avraham è come segue: Noach, Shem, Arpakshad, Shelach, Ever, Peleg, Re’u, Serug, Nachor, Terach, Avraham, che è considerato il padre di tutti gli Ebrei, nonché di altre nazioni. In realtà, il popolo universalmente riconosciuto come Ebrei iniziò ad esistere addirittura due generazioni dopo di lui, cioè, da Yakov, figlio di Yitzhak, figlio di Avraham. Cosa significa dunque l’affermazione di Genesi 10:21? Era Avraham un Ebreo, essendo egli stesso il progenitore degli Ebrei? In Genesi 14:13 leggiamo: “Avraham, l’Ebreo” – quindi, Avraham, il progenitore degli Ebrei, era già un Ebreo! Infatti, documenti storici dell’epoca di Avraham parlano di un popolo o gruppo di popoli dispersi tra l’Egitto e la Mesopotamia denominati “Ebrei”, “Apiru”, “Habiri”, un popolo senza un territorio definito, abitante nelle principali città del Medio Oriente, spesso in Egitto per commerciare oppure per stabilirvisi... proprio come Avraham. Da ciò si deduce che gli Ebrei in origine non erano soltanto i discendenti di Israele, ma anche un’infinità di popoli, inclusi molti dei nemici di Israele, quali Ammon e Moav.

Alcuni studiosi speculano affermando che gli Israeliti originalmente non parlavano ebraico, ma che adottarono questa lingua dai Cananei quando vi si stabilirono in Terra di Israele. Tuttavia, il peso delle evidenze è contrario a tale teoria; sono stati piuttosto i Cananei che presero la loro lingua dagli Aramei – infatti, l’aramaico era la lingua franca non solo tra i popoli Semitici, ma anche fra gli altri. Gli Ebrei erano in origine una tribù Akkadica, la cui lingua era senz’altro strettamente vicina al moderno ebraico. D’altronde, la Bibbia è stata scritta in ebraico, ed è probabilmente il documento più antico di cui abbiamo notizie certe.
Ritornando al quesito sull’ebraicità di Avraham, la storia ci da una spiegazione: Dei monumenti egizi fanno menzione di un popolo enigmatico: gli
“Apiru”. In uno di questi è incisa sul muro una scena raffigurando uomini lavorando al torchio del vino. Sotto l’immagine è scritto: “Apiru adibiti alla lavorazione del vino”. La data del monumento è attribuita al periodo della regina Hatshepshut e di Tutmose III, circa l’anno 2290 (1470 b.c.e.). Gli studiosi riconobbero la somiglianza fra i termini “Apiru” ed “Ebrei”, in una scena che rappresenta il lavoro compiuto da sudditi che può accostarsi a quelle descritte nel Libro dell’Esodo riguardante il lavoro degli Ebrei in Egitto.

Nel Papyrus Leiden, datato nel regno di Ramses II, circa l’anno 2510 (1250 b.c.e.), si legge la seguente frase in una lettera: “Consegna del grano agli uomini dell’esercito e agli Apiru che portano la pietra per la costruzione del grande pilone di Ramses II”. Ancora una volta vediamo gli Apiru in schiavitù in Egitto ai tempi di Ramses II, utilizzati per le grandi opere edilizie.

I riferimenti agli Apiru nei documenti e monumenti egizi segnalano la loro presenza e la loro importanza sociale per più di tre secoli. Questa stessa gente è menzionata altrove come “Habiru” o “Habiri”.

Er-Heba, governatore egizio di Yerushalaym, scrisse una serie di lettere al Faraone, in cui si lamentava degli “Habiru”, i quali saccheggiavano le terre del re. Er-Heba voleva sapere perché il re li lasciava agire in questo modo, senza mandare arcieri per proteggere i suoi propri domini, perché se egli non inviava con urgenza l’esercito, tutta la terra sarebbe caduta sotto gli Habiru.

Questi eventi sembrano coincidere con quelli descritti nel Libro di Yehoshua (Giosué), il che collocherebbe l’Esodo prima del quattordicesimo secolo b.c.e., in accordo con la datazione più accettata.

Molti studiosi si sono interessati sulle incursioni degli Habiri in Canaan meridionale; i quali tendono a sostenere che la presenza degli Israeliti in quella zona avvenne più tardi. Tuttavia, nei capitoli 10 al 12 del Libro di Yehoshua è descritta precisamente la conquista di quella regione, menzionando gli stessi nomi riportati nelle tavolette di Amarna, inclusi Lachish, Gezer, Gath, ed il re di Yerushalaym. In una delle tavolette si può leggere come era la situazione: “Guardate ciò che Milkilu e Shuwardata hanno fatto alla terra del re mio signore! Essi hanno truppe di Gezer, truppe di Gath, e truppe di Qeila. Essi hanno preso la terra di Rubute. La terra del re è caduta in mano degli Habiri. Adesso, anche una città del distretto di Urusalim (Yerushalaym), chiamata Bit-nin’ib, una città del re, è passata dalla parte del popolo di Qeila. Ascolti il re il suo servo Er-Heba, e mandi un esercito di arcieri che possa riprendere la terra del re. Perché senza un esercito di arcieri, la terra del re passerà in mano agli Habiri.”.

L’identificazione dei gruppi denominati Habiri e le loro attività corrispondono esattamente con la conquista di Canaan descritta nel Libro di Yehoshua. Le lettere di Amarna indicano che questa categoria di persone (gli Habiri) aveva uno status particolare nel Medio Oriente. Tutti questi documenti portano ad identificarli con gli Israeliti.

Gli Apiru sono ovviamente un popolo riconoscibile, distinto da altri. Se erano Ebrei, non necessariamente erano tutti discendenti dalle dodici Tribù (ovvero, le tredici Tribù), e poteva includere altri gruppi Semitici (probabilmente proprio gli Hyksos che avevano dominato l’Egitto) – Infatti, non solo i figli d’Israele uscirono con Mosheh, ma tutti coloro che si unirono a loro nell’Esodo divennero di fatto parte del popolo d’Israele (Esodo 12:38) e quindi, partecipi della sua eredità spirituale.

L’arco di tempo in cui si menzionano gli Apiru copre un ampio periodo che s’estende anche oltre l’Esodo. Infatti, non tutti loro lasciarono l’Egitto, ma alcuni vi rimasero. Ciò significa che non tutti i Semiti si unirono agli Israeliti, anche se molti di essi decisero di farlo.

Anche se gli Habiru non sembrano essere definiti come un’entità etnica vera e propria, e non hanno neanche una collocazione geografica, sono considerati con particolare riguardo. La menzione degli Habiri in Siria, Fenicia e Canaan suggerisce l’idea che tale termine fosse usato in genere in riferimento alle tribù Semitiche nomadi di quell’area, conosciuti anche come “Aramei erranti” . Essa descrive un ceppo Semitico particolare il quale, secondo il periodo storico, si è diviso in numerose tribù e gruppi etnici diversificati ed identificabili.

I riferimenti più antichi riguardanti gli Habiru provengono dal Sumer e datano dalla Terza Dinastia di Ur, circa l’anno 1760 (2000 b.c.e.). Una caratteristica di questo periodo fu l’espansione dei popoli Semitici, principalmente i gruppi di lingua Akkadica (Assiri, Ebrei, Aramei). In coincidenza con questo afflusso di Semiti, il termine “Habiru/Habiri” incomincia a comparire nei documenti sumeri. Questi li presentano come un elemento nuovo nella società, il cui status legale era difficile di definire – come dire, erano i Gitani dell’epoca.

I documenti sumeri riportano che gli Habiri erano attivi in diverse funzioni sociali, nello stesso modo che gli Israeliti lo erano in Egitto e poi anche nella corte di Nabucodonosor.
Gli scavi di Kultepe ed Alishar in Anatolia portarono alla scoperta di un importante numero di lettere e testi legali, appartenenti a stazioni commerciali degli Assiri nel periodo Akkadico. Fra questi documenti c’è una lettera da un mercante Assiro ad un altro, richiedendo il rilascio di certi Habiri che si trovavano detenuti nel palazzo di Shalahshuwe, non meglio identificato, probabilmente a nord di Alishar. Questa regione è vicina alla residenza della famiglia di Avraham dopo aver lasciato Ur. Da questo antico documento emerge la conclusione che gli Habiri si trovavano già in Anatolia centrale e dimostra l’ampia dispersione di questo popolo prima dei tempi di Avraham. Si rammenta il destinatario di questa lettera che in caso che egli non potesse affrontare il costo della missione, che gli Habiri hanno comunque molto denaro e possono pagare per il proprio rilascio. In ogni caso, l’autore della lettera vuole assicurasi che siano liberati. Egli li tiene in grande stima.

Un regno Amorita dominava la Mesopotamia ai tempi di Avraham, da Babilonia ed Haran fino alle sponde del Mediterraneo (proprio le terre che Avraham percorse da Ur dei Caldei ad Haran e poi Canaan). Questo periodo segnò l’età d’oro della città di Mari, che comprendeva alcuni stati minori tra i quali compaiono alcuni governanti Habiri. Uno dei documenti riporta che Yapah Adad costruì la città di Zallul sulle rive dell’Eufrate e, con 2000 soldati Habiri, vi si stabilì. In un altro documento, Izinabu, un capo Yamubalita, aveva a carico 30 Habiru. In un’altra lettera in cui l’identità del mittente e del destinatario si è persa, parla di “3000 asini degli Habiri” (Notare l’importanza dell’uso degli asini da parte delle tribù Ebraiche secondo la Bibbia). In altre lettere gli Habiru durante la notte presero la città di Yahmumam e saccheggiarono Luhaya prendendo 500 pecore e 10 uomini. Gli Habiri erano quindi una parte riconoscibile della popolazione.

Gli Habiru sono nominati pure in molti documenti del regno Hurrita di Nuzi, dove erano un componente importante della società. E’ particolarmente interessante il fatto che i popoli antichi attribuivano agli Habiru una misteriosa relazione con la Divinità. In documenti degli Hittiti si trovano lunghe liste di dèi invocati per proteggere i trattati, che includono molte divinità di diversi paesi e popoli. In un trattato con l’Egitto, si trova una curiosa invocazione che conclude l’elenco degli dèi nominati: “e gli Dèi degli Habiri...”. E’ significativo il fatto che gli Elohim Hapiru/Habiri sono nominati come distinti dagli altri, e benché non sono identificati per Nome, non possono essere dimenticati.

La stessa particolarità è stata trovata in templi assiri, in cui gli Habiru sono menzionati in mezzo alle deità. Una tale menzione degli Habiru nell’elenco degli dèi indica esplicitamente che erano considerati d’origine divina. Erano diversi dalla gente comune, compresi regnanti e magistrati. In vari testi assiri di presagi astrologici si parla degli Habiri in associazione con nefasti fenomeni celesti e sconosciute sciagure. Si credeva infatti che avessero dei poteri divini.

Anche in Egitto il nome Apir compare in diversi testi associato a dei nomi divini; intendendo appunto delle deità degli Apiru. Dall’Anatolia alla Mesopotamia all’Egitto, gli Habiri erano considerati con speciale riguardo in quanto al loro status sociale e religioso. In base alle evidenze storiche, l’associazione degli Habiri con la divinità non può essere trascurata. Anche se l’esatto significato di questi riferimenti non è completamente conosciuto, non sarebbe stato possibile per le persone che vivevano, lavoravano, viaggiavano e commerciavano con gli Habiri ignorare il loro rapporto con la Divinità. Questo fatto doveva essere presente nella mente di tutti, universalmente riconosciuto ed accettato. Erano di una stirpe particolare, un “Popolo Eletto”.

Il risultato di questa ricerca ci porta alle seguenti conclusioni:

Gli Habiri esistevano già in tempi remoti, e sono presenti nei documenti più antichi giunti alla nostra conoscenza, secoli prima di Avraham. Erano dispersi in tutto il Medio Oriente, dall’Egitto alla Mesopotamia, alle estremità dell’Assiria, lungo le coste del Mediterraneo attraverso Canaan, e nelle regioni dell’Anatolia. Non erano limitati ad alcun’area geografica, nazione o categoria sociale; sono presenti in ogni livello della società, in diverse attività. Solitamente viaggiavano da un paese ad altro. Gli spostamenti di Terah, Avraham, ed altri membri di quella famiglia erano coerenti con le abitudini del popolo Habiri. Per questo motivo i Sumeri cercavano di definire il loro ruolo nella società (apparentemente senza riuscirci). Erano veramente degli “Aramei erranti”, anche se la loro origine è Akkadia/Assira, essendo discendenti di Arphakshad e non di Aram. Tuttavia, questi “Aramei erranti” sono stati il mezzo per cui ci è stata trasmessa la memoria linguistica dell’antico mondo semitico. Hanno sicuramente svolto un ruolo fondamentale nel ricollegarci con la storia più remota dell’umanità. Essi hanno anche portato una linea genetica dai tempi storici, con Avraham scelto come rappresentante della stirpe benedetta.

Gli Habiru avevano una Deità il cui Nome era sconosciuto agli altri popoli e ad essi stessi, perché il Nome non fu rivelato a nessuno prima di Mosheh Rabainu. Il fatto che il Nome della loro Divinità era sconosciuto costituisce un’altra prova per identificarli con “i figli di Ever”.

Le evidenze documentate dimostrano che erano socialmente flessibili ed estremamente versatili, e che erano trattati con riguardo. Gli Habiri non avevano un posto fisso nell’ordinamento sociale della comunità dove vivevano; erano accettati come degli stranieri, non come parte del popolo.

I “figli di Ever” erano molti popoli. Ever era padre di tutti i Yoqtaniti, ma l’eredità spirituale “Habiru” fu trasmessa a suo figlio Peleg, da cui provennero Avraham e i suoi fratelli. Avraham procurò a suo figlio Yitzhak una moglie appartenente alla sua stessa famiglia, mentre Yishmael sposò una Egizia e la tradizione Habiru non proseguì attraverso di lui. Gli altri figli di Avraham, che egli ebbe da Qeturah, sembrano aver solo parzialmente continuato la linea abrahamica, cioè, alcuni dei Madianiti (i Qenei, dei quali era Yethro, suocero di Mosheh Rabainu) ed alcuni Yoqshaniti (gli Asshurim, Lethushim e Le’ummim) continuarono ad essere Habiru. Yitzhak seguì l’esempio di suo padre e mandò a prendere come moglie per suo figlio Ya’kov una figlia di Betuel, suo cognato.

Quando il termine “Habiru” scompare dai documenti antichi, inizia a presentarsi il nome “Ivri” (Ebrei), ma con connotazioni molto più ristrette, cioè, solo in riferimento agli Israeliti. Apparentemente gli Habiru persero la loro particolare identità. Essendosi assimilati tramite matrimoni misti con gli altri popoli, non erano più identificabili. Gli Ebrei cercarono di preservare la linea genetica, conservando la distinzione come Habiri. Della forza di una tale consapevolezza sono testimoni oggi i Giudei che credono nell’adempimento delle promesse bibliche e riaffermano il diritto al possesso della terra di Avraham.

Le Tribù Ebree erano Habiru, ma non tutti gli Habiru erano Ebrei. Gli Israeliti provennero da quel popolo speciale, acquisendo il nome “Ivri”. L’affermazione in Bereshyit che “Shem è il padre di tutti i figli di Ever” adesso ha un significato diverso. Gli Ebrei/Habiri erano i figli di Ever, come linea genetica riportata dagli scribi. Questa breve rassegna ci da un panorama concernente l’origine del popolo Ebreo, i Figli di Israele, dandoci una chiave per comprendere l’elezione di Avraham, l’ “Habiru” come il “Padre di molte nazioni”. Possiamo quindi capire come Avraham era sia un Ebreo (Habiru), sia il padre degli Ebrei (Israeliti).

Gli Israeliti non chiamavano sé stessi “Ivri” (Ebrei), ma erano denominati così dagli gli altri popoli, che con quel termine riconoscevano la loro origine etnica. Gli Ebrei si identificavano come “Bney Yisrael”, Figli di Israele. Tutti gli altri “Ebrei” sono per loro come qualsiasi altro popolo, cioè “Goyim”, “gentili”. Gli Ismaeliti, i Madianiti, gli Edomiti, etc. erano e sono gentili, malgrado la loro origine comune con gli Israeliti.

Tuttavia, in Egitto qualcosa è cambiato: Ai discendenti naturali di Yakov si aggiunsero altri popoli, probabilmente Semitici (ma non necessariamente), i quali uscirono dall’Egitto nell’Esodo, e quindi divennero Israeliti. Infatti, nella celebrazione della Pesach era stabilito sin dall’inizio che gli stranieri che abitano in mezzo al popolo, se sono circoncisi, ovvero, aderenti al Patto Abrahamico, -“Gerim”- ne devono essere partecipi (Esodo 12:48-49). Questi Gerim erano presenti nel Sinai e ricevettero la Torah: da quel momento, essi divennero a tutti gli effetti “Figli di Israele”. Questa è la conclusione della prima fase di costituzione dell’identità ebraica/israelitica: Dall’originale massa di popoli Ebrei, ai quali apparteneva lo stesso Avraham, si riduce ai soli discendenti di Yakov, e di essi soltanto a coloro che parteciparono nell’Esodo – se ci sono stati dei suoi discendenti che invece rimasero in Egitto, o sono andati altrove, essi non sono più considerati Ebrei. L’identità ebraica è quindi determinata da due componenti: una linea genetica ed un’eredità spirituale. Nel principio, la continuità genetica era fondamentale – riservata esclusivamente all’etnia di Avraham, essendo il matrimonio misto un fattore determinante per l’esclusione. Da Yakov in poi, l’ebraicità passò ad essere fondamentalmente una successione in cui il carattere spirituale divenne prevalente, accostato ad una continuità genetica non più esclusiva, anzi, l’essere Ebreo, cioè, Israelita, fu determinato dall’aver ricevuto la Torah, sia per i discendenti naturali di Israele che per coloro che non lo erano. Questo concetto di adozione ha inizio nella propria famiglia di Yakov. Dal punto di vista puramente genetico, Efrayim e Menasheh, figli di Yosef, erano esattamente uguali a Yishmael: padre Ebreo e madre Egizia (Avraham-Hagar/Yosef-Asenat). Infatti, Efrayim e Menasheh sono stati “Arabi” come Ismaele, fino a quando Yakov li adottò come figli propri. Solo allora essi divennero Ebrei (Genesi 48:5).

Lo schema genealogico sopra illustra l’aspetto determinante dell’eredità spirituale nella formazione del popolo di Israele, prevalente su quello puramente etnico.

Quindi, l’essere Ebreo richiede innanzitutto l’adesione a due Patti: quello Abrahamico (la circoncisione) e quello Mosaico (la Torah); chiunque soddisfa questi requisiti, può essere considerato legittimamente un Ebreo, ovvero, un Israelita. Il fondamento dell’identità ebraica si stabilisce in forma definitiva quando la Torah scritta è ricevuta dal popolo radunato nel Sinai, cioè i discendenti di Yakov ed i Gerim circoncisi, tutti i quali si identificano come il popolo di Israele, e nell’appartenenza ad una delle sue tredici Tribù (dodici nelle quali i Gerim potevano essere inclusi, più i Leviti, i quali devono conservare la successione genetica perché adibiti alle funzioni di culto).

In principio, tutti gli Israeliti erano tali in virtù dell’osservanza di questi requisiti, ma dei fatti storici successivi determinarono che la prerogativa d’essere Ebrei fosse ridotta a solo una parte di questo popolo. Infatti, dopo alcuni secoli, il termine “Ebreo” o “Israelita” divenne sinonimo di “Giudeo”. Questo è risultato dell’importanza fondamentale del fattore spirituale come determinante dell’eredità ebraica.

In terra di Canaan si svolge la seconda fase della storia spirituale del popolo Ebreo.
Qui, una delle Tribù si dimostra più intraprendente delle altre, più efficiente nella conquista della propria terra, e con il tempo anche più fedele alla Torah: la Tribù di Yehudah.
Anche se la purezza etnica non era più un fattore determinante come nei tempi di Avraham, era tuttavia sconsigliato agli Israeliti contrarre matrimonio con coloro che non appartenevano al popolo, cioè, quelli che non riconoscevano la Torah, perché questo avrebbe portato i loro discendenti a dimenticare il Patto Mosaico e di conseguenza a perdere l’eredità spirituale ebraica.

Una volta stabilitisi in Canaan, solo la Tribù di Yehudah occupò completamente il suo territorio, tutte le altre convissero insieme ai Cananei, e non li cacciarono com’era stato loro comandato. Nel libro dei Giudici, infatti, Yehudah non è coinvolta nell’alternarsi di periodi di indipendenza e di dominazione straniera, e sembra aver goduto di stabilità. Ad esempio, nel cantico di Devorah, che elogia le Tribù che hanno partecipato alla guerra di liberazione e rimprovera quelle che invece non ne hanno preso parte, non nomina Yehudah. L’assenza di Yehudah come protagonista nel periodo dei Giudici sta ad indicare che era già di fatto un’entità politica definita. Si fu così delineando una divisione all’interno della nazione Ebrea in due popoli, che in termini biblici si definiscono come “Casa di Israele” e “Casa di Yehudah”, denominazioni che trascendono le appartenenze tribali e si riferiscono piuttosto a delle realtà spirituali. Le differenze e rivalità fra queste due entità portò alla secessione post-salomonica del Regno di Israele.
Infatti, fu l’unificazione degli Israeliti in un solo Regno il fatto eccezionale, e non la susseguente divisione, perché l’esistenza delle due Case era già evidente quando Shaul fu eletto il primo re. La costituzione di tutte le Tribù in un unico regno presupponeva il consolidamento dell’unità nazionale, ma esaminando i seguenti versi delle Scritture, possiamo capire che la Casa di Israele e la Casa di Yehudah erano già entità definite ed erano considerate come due popoli:

Shaul li passò in rassegna a Bezeq: i figli d’Israele erano trecentomila e gli uomini di Yehudah trentamila.” – 1Samuele 11:8
Allora gli uomini d’Israele e di Yehudah si alzarono, lanciarono il grido di guerra, e inseguirono i Filistei fino all’ingresso di Gat e alle porte di Ekron. I Filistei feriti a morte caddero sulla via di Shaarayim, fino a Gat e fino ad Ekron.” – 1Samuele 17:52
Ma tutto Israele e Yehudah amavano David, perché andava e veniva alla loro testa.” – 1Samuele 18:16

Shaul, il primo re d’Israele, della Tribù di Binyamin (scelto non a caso da questa, la più piccola ed il cui territorio era in mezzo a Yehudah ed Efrayim, le due Tribù prevalenti), contava gli uomini di Yehudah separatamente da quelli d’Israele, come un corpo “alleato” del suo esercito. Dopo di lui fu scelto re David, che essendo della tribù di Yehudah, non fu confermato dal resto d’Israele sino dopo sette anni e mezzo, quando gli anziani d’Israele “fecero alleanza” con lui (2Shmuel 5:1-4).

Ishboshet, figlio di Shaul, aveva quarant’anni quando fu fatto re d’Israele, e regnò due anni. Ma la Casa di Yehudah seguì David. David regnò a Hevron nella Casa di Yehudah per sette anni e sei mesi.” – 2Samuele 2:10-11
Trasferendo il regno della casa di Shaul alla sua, stabilendo il trono di David sopra Israele e sopra Yehudah, da Dan, fino a Beer-Sheva.” – 2Samuele 3:10
Così tutti gli anziani d’Israele vennero dal re a Hevron e il re David fece alleanza con loro a Hevron in presenza di HaShem; ed essi unsero David come re d’Israele.” – 2Samuele 5:3
Da Hevron regnò su Yehudah sette anni e sei mesi e da Yerushalaym regnò trentatre anni su tutto Israele e Yehudah.” – 2Samuele 5:5

Anche durante il regno di David, saldamente unificato, le due Case rimangono distinte e sono nominate insieme quando si fa riferimento all’intera nazione:

Uriyah rispose a David: «L’Arca, Israele e Yehudah stanno sotto le tende, Yoav mio signore e i suoi servi sono accampati in aperta campagna e io entrerei in casa mia per mangiare, bere e per coricarmi con mia moglie? Com’è vero che HaShem vive e che anche tu vivi, io non farò questo!»” – 2Samuele 11:11

Un altro elemento altamente significativo era la presenza dell’Arca dell’Alleanza, in quanto simbolo concreto del Patto stabilito in Sinai. La sua collocazione nel Tempio sarà determinante per il destino delle due Case, come vedremo più avanti. Infatti, è interessante notare che la Casa di Israele all’inizio conservò la sua fedeltà a Elohim dovuto al fatto che l’Arca dell’Alleanza dimorava in territorio di Efrayim:

Shaul disse ad Ahiyah: «Fa’ accostare l’Arca di Elohim!» - Infatti l’Arca di Elohim era allora con i figli d’Israele.” – 1Samuele 14:18

L’autore scrive nel tempo in cui l’Arca era stata definitivamente collocata nel Tempio a Yerushalaym, quindi, nella nuova capitale di Yehudah, e specifica che allora (nei tempi dei Giudici e dei re Shaul e David), era presso “i figli d’Israele”.

Ritorniamo ancora al periodo in cui tutto Israele era costituito in un unico Regno: David conquistò Yerushalaym (che era in territorio di Binyamin) e la scelse come capitale del Regno di Israele, seguendo la strategia politica di non collocare il centro del potere in Yehudah per poter mantenere l’unità di tutte le Tribù. Poi pianificò di costruirvi il Tempio, opera che affidò a suo figlio e successore nel trono, Shlomoh (Salomone). Il Tempio fu costruito a Yerushalaym, e vi fu posta l’Arca dell’Alleanza.

A questo punto, si aggiunge un elemento che completa questa seconda fase di formazione dell’identità ebraica: la fedeltà al Patto Davidico, o tradotta in termini pratici, a Yerushalaym e al Tempio. Questo elemento è fondamentale per poter distinguere la vera natura della Casa di Israele e della Casa di Yehudah, trattandosi di un’eredità spirituale piuttosto che dell’appartenenza tribale.
Alla morte di Salomone, la Casa di Israele -rappresentata territorialmente da dieci Tribù- si costituì in regno indipendente. Come è già stato riferito prima, la divisione del Regno non è l’origine della differenza tra le due Case, bensì la conseguenza. Yerushalaym ed il Tempio, elementi fondamentali per l’identità ebraica, si trovavano nel Regno di Yehudah. Il Regno di Israele rimase quindi privo di questi fattori essenziali che permettevano al proprio popolo di “continuare ad essere Ebrei”. Tuttavia, non era vietato ai suoi abitanti di continuare a celebrare il culto ed osservare il Patto, né di salire a Yerushalaym ed adorare nel Tempio. Fu piuttosto una scelta politica del primo re secessionista, quella di rifiutare Yerushalaym ed il Tempio, e di crearsi una “nuova identità”. Così Yarov’am decise di “riformare” il culto ebraico, precisamente perché l’Arca non era più presso “i figli d’Israele” ma in territorio di Yehudah, e temeva che il popolo andasse a Yerushalaym e quindi ritornasse sotto i re di Yehudah (1Re 12:26-28).
Questa scelta di Yarov’am generò uno spostamento di popolazione, perchè gli abitanti del Regno di Israele che vollero rimanere fedeli a Yerushalaym e al Tempio, e quasi tutti i Leviti, dovettero trasferirsi al Regno di Yehudah. In questo modo, la Casa di Yehudah conta con rappresentanti di tutte le Tribù di Israele, “Giudei” in quanto fedeli alla Torah, al Tempio ed a Yerushalaym, e non necessariamente perché siano della Tribù di Yehudah.
Durante un periodo diversi Profeti, tra cui Eliyahu ed Elisha, cercarono di riportare il popolo del Regno di Israele alla Torah, ma alla fine il regno cadde in mano agli Assiri, che ne deportarono la popolazione in territori lontani, verso l’oriente dell’Impero Assiro. Il Regno di Israele scomparve per sempre dalla storia. Tuttavia, la fine del Regno d’Israele non implica quella della Casa di Israele. Questo evento è anche l’origine del mito delle
“Tribù Perdute”, ma non è esatto identificare le Case su una base puramente tribale, perché molti appartenenti alle Tribù del Nord si stabilirono nel Regno di Yehudah per rimanere fedeli alla Torah ed al Tempio – altri d’Israele abitavano già in territorio di Yehudah (1Re 12:17; 1Cronache 9:3); altri si rifugiarono in Yehudah dopo la prima deportazione sotto Tiglatpileser III quando la caduta definitiva di Samaria era imminente. Infatti, nel tempo dei re Hizqiyahu (Ezechia) e Yoshiyahu (Giosia), dopo la deportazione della Casa di Israele in Assiria, si parla della presenza di tutte le Tribù nel Regno di Yehudah – 2Cronache cap. 30, 31 e 34. Anche la Tribù di Binyamin fu “annessa” a Yehudah, e fa parte della Casa di Yehudah. I Leviti rimangono come Tribù sacerdotale nel seno della Casa di Yehudah.

Centovent’anni dopo, anche il Regno di Yehudah cadde in mano ai Babilonesi, la sua capitale Yerushalaym ed il Tempio sono stati distrutti, e la sua popolazione deportata in Babilonia. Tuttavia, rimase nel popolo la speranza del ritorno e la fedeltà al Patto Davidico nell’aspettazione di ricostruire la città ed il Tempio. Quando entrambi i popoli erano in esilio, ancora un Profeta di Yehudah, Yehezkel, fu inviato agli esuli della Casa di Israele in Assiria. Durante l’esilio, i discendenti dei deportati dell’ex-Regno di Israele e gli esuli del Regno di Yehudah erano ritenuti lo stesso popolo dai re Persiani, che succedettero ai Babilonesi nel governo dell’Impero; esuli ereditati dagli Assiro-Caldei. Il primo re Persiano, Koresh (Ciro), concesse a tutti coloro che volessero di ritornare nella loro terra e ricostruire Yerushalaym. L’invito non riguardava esclusivamente gli ultimi arrivati, cioè, quelli dell’ex-Regno di Yehudah, ma tutti. Nondimeno, questo ritorno implicava la restaurazione non di due stati, ma di uno solo, con capitale in Yerushalaym. In questo contesto, alcuni o molti dei discendenti dei deportati del Regno di Israele scelsero di riconoscere la loro identità, intrinsecamente legata al Patto Davidico, quindi a Yerushalaym e non a Samaria, e ritornarono alla loro terra, terra che, da ormai due secoli non si chiamava più Israele ma Yehudah. Quindi, tutti gli Ebrei che si riconoscevano nella Torah, in Yerushalaym ed il Tempio, erano identificati come “Giudei”. Così costoro, che fino a quel momento appartenevano alla Casa di Israele, passarono ad essere membri della Casa di Yehudah, perché l’eredità spirituale che passò da Avraham a Yitzhak piuttosto che a Yishmael, da Yitzhak a Yakov piuttosto che ad Esau, era passata alla Casa di Yehudah piuttosto che a quella di Israele.

Il resto degli Ebrei che non solo non ritornarono più, ma persero di vista anche la loro identità, cioè, la ragione per cui essi erano Ebrei e non Goyim, che è fondamentalmente un fattore spirituale legato alla Torah, si mescolarono con altri popoli e, com’era successo con la maggioranza degli antichi Habiri, divennero dei Goyim, non più Ebrei -ovvero, ciò è accaduto a quelli che spiritualmente appartengono alla Casa di Israele-.

In conclusione, alla domanda “Chi sono gli Ebrei?”, la risposta dipende dal periodo storico in cui viene formulata: nell’origine erano i discendenti di Ever, poi quelli di Avraham, poi gli Israeliti, e dopo l’esilio in Babilonia, soltanto i Giudei, ovvero, tutti gli Israeliti delle dodici Tribù che appartengono alla Casa di Yehudah, mentre che quelli della Casa di Israele sono al giorno d’oggi gentili.
Come nel principio, il termine “Ebreo” ha due connotati diversi: l’uno fisico, etnico, e l’altro spirituale. Soltanto la Casa di Yehudah ha conservato l’eredità spirituale di Avraham, Yitzhak e Yakov, quindi, dal punto di vista spirituale, solo i Giudei sono Ebrei. Considerando l’aspetto genetico invece, se nel principio era indispensabile rimanere all’interno della famiglia di Avraham e Sarah -affinché si formassi una nazione con un’identità definita secondo l’elezione-, nel Patto Sinaitico questa condizione fu abolita, estendendo a tutti i gentili -“Gerim”- che volessero entrare, il diritto a far parte della famiglia d’Israele. Con il Patto Davidico, agli Israeliti è richiesto che si riconosca Yerushalaym come la loro città, e non Samaria o qualcun’altra. Soltanto se la Casa di Israele compie con questo requisito, può essere riunita alla Casa di Yehudah e riacquistare la sua eredità spirituale ebraica. Fino a questo momento, solo i Giudei sono depositari dell’identità ebraica e titolari del nome “Israele”.

Lo schema sopra illustra la linea dell’eredità spirituale dell’Ebraismo, trasmessa soltanto a coloro dei discendenti che osservavano i parametri stabiliti per averne titolo. In diversi periodi, ne rimasero esclusi gli Ismaeliti, gli Idumei e per ultimo, quella parte degli Israeliti che rifiutò il patto Davidico.

Benché sia stato esposto che l’ebraicità è fondamentalmente una successione di carattere spirituale, essa rimane comunque una caratteristica esclusiva dei Giudei. Ebreo o Israelita può esserlo soltanto un Giudeo. Non ha alcun valore la teoria cristiana dell’“Israele spirituale”, con cui si pretende spodestare i Giudei del loro legittimo diritto ed usurpare l’eredità spirituale che appartiene soltanto a coloro che osservano la Torah. La Casa di Israele fu esclusa da tale diritto semplicemente perché mancante di questa condizione fondamentale. Gli Israeliti ribelli del Nord credevano nello stesso Elohim di quelli di Yehudah, e formalmente riconoscevano le stesse Scritture, ma non le osservavano. Nella stessa maniera, il cristianesimo crede nello stesso Elohim dei Giudei, ed ufficialmente riconosce l’ispirazione delle Scritture Ebraiche, ma di fatto nega il carattere eterno ed universale delle stesse, e si rifiutano di osservare i comandamenti.
I cristiani non possono reclamare per sè alcun’eredità come “Israele spirituale”. Possono tuttavia tecnicamente identificarsi con la “Casa di Israele” in quanto così come il Regno del Nord adottò un sistema religioso fondato parzialmente sulla Torah, ma con le connotazioni delle religioni dei gentili, il cristianesimo è fondato sulla Bibbia, ma insegna che i comandamenti stabiliti in essa non sono più validi.
L’eredità spirituale si può ottenere soltanto se si aderisce prima al Patto Abrahamico (tramite la circoncisione) e poi al Patto Mosaico (l’osservanza della Torah). Queste sono le condizioni per il ristabilimento di coloro che discendono da quelli che una volta erano Ebrei e persero tale identità, i quali, non potendo essere ormai riconosciuti con certezza, possono ritornare ad essere Ebrei nello stesso modo che un gentile può volontariamente diventare Giudeo.