martedì 19 aprile 2011

L'ultima settimana a Yerushalaym


Il messaggio dell’Evangelo di Yeshua indubbiamente raggiunge l’apice con gli avvenimenti della sua ultima settimana trascorsa a Yerushalaym, particolarmente con l’ultima cena, la crocifissione e la risurrezione del Messia. Anche in questi eventi, sui quali si fonda l’intero edificio cristiano, ci sono dei particolari interessanti che spesso non vengono esaminati accuratamente.
Infatti, viene dato per scontato che Yeshua fu crocifisso il giorno precedente allo Shabat e che la sera di quello stesso giorno si celebrava Pesach; tuttavia, non si spiega il motivo per cui Yeshua celebrò Pesach la sera prima, o cosa veramente celebrò, visto che Pesach doveva commemorarsi la sera successiva, quando egli sarebbe stato già crocifisso...
La successione dei giorni di quest’ultima settimana e la collocazione dello Shabat (o meglio, degli Shabat) sono fondamentali per capire l’intera sequenza degli avvenimenti riportati negli Evangeli. Se gli esegeti s’informassero sul calendario ebraico prima di tentare improbabili spiegazioni, si ovvierebbero tanti errori d’interpretazione e si potrebbe capire il testo evangelico in modo chiaro e naturale.
Prima d’entrare nell’analisi della successione degli eventi accaduti nella settimana in causa, presentiamo i passi biblici che parlano specificamente dei giorni in cui tali avvenimenti si sono svolti, in rapporto con lo Shabat e Pesach, in sequenza cronologica:

1. L’ultima cena: Or il primo giorno degli azzimi, i discepoli s’accostarono a Yeshua e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo da mangiar Pesach?» Ed egli disse: «Andate in città dal tale, e ditegli:“Il Rabbi dice: Il mio tempo è vicino; farò Pesach da te, con i miei discepoli”». E i discepoli fecero come Yeshua aveva loro ordinato, e prepararono Pesach. E quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. (Matteo 26:17-20)


E il primo giorno degli azzimi, quando si sacrificava Pesach, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo ad apparecchiarti da mangiar Pesach?» Ed egli mandò due dei suoi discepoli, e disse loro: «Andate nella città, e vi verrà incontro un uomo che porterà una brocca d’acqua; seguitelo; e dove sarà entrato, dite al padrone di casa: “Il Rabbi dice: Dov’è la mia stanza da mangiarvi Pesach coi miei discepoli?”». E i discepoli andarono e giunsero nella città e trovarono come egli aveva loro detto, e apparecchiarono Pesach. (Marco 14:12-16)

Or venne il giorno degli azzimi, nel quale si doveva sacrificar Pesach. E Yeshua mandò Kefa e Yohanan, dicendo: «Andate a prepararci Pesach, affinché la mangiamo. E dite al padrone di casa: “Il Rabbi ti manda a dire: Dov’è la stanza nella quale mangerò Pesach con i miei discepoli?”» (Luca 22:7, 8, 11)

Ed essi andarono e trovarono com’egli aveva loro detto, e prepararono Pesach. E quando l’ora fu venuta, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui. Ed egli disse loro: «Ho grandemente desiderato di mangiar questa Pesach con voi, prima ch’io soffra; poiché io vi dico che non la mangerò più finché sia compiuta nel Regno di Elohim». (Luca 22:13-16)

2. La crocifissione: Poi, da Kayafa, menarono Yeshua nel pretorio. Era mattina presto, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare Pesach. (Yohanan 18:28)

Era la Preparazione di Pesach, ed era circa l’ora sesta. Ed egli disse ai Giudei: «Ecco il vostro Re!» (Yohanan 19:14)

Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante lo Shabat (poiché era la Preparazione, e quel giorno dello Shabat era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro fiaccate le gambe, e fossero tolti via. (Yohanan 19:31)

Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia dello Shabat), venne Yosef di Ramatayim, consigliere onorato, il quale aspettava anch’egli il Regno di Elohim; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Yeshua. (Marco 15:42-43)

E trattolo giù, lo involse in un panno di lino e lo pose in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato posto. Era il giorno della Preparazione, e stava per cominciare lo Shabat. E le donne ch’erano venute con Yeshua dalla Galilea, avendolo seguito, guardarono la tomba, e come v’era stato posto il corpo di Yeshua. (Luca 23:53-55)

3. La risurrezione: E passato lo Shabat, Miryam di Magdala e Miryam madre di Yakov e Shalomit comprarono degli aromi per andare a ungere Yeshua. E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro sul levar del sole. (Marco 16:1-2)

Esse, essendosene tornate, prepararono aromi ed oli odoriferi. Poi, durante lo Shabat si riposarono, secondo il comandamento; ma il primo giorno della settimana, la mattina molto per tempo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparato. E trovarono la pietra rotolata dal sepolcro. (Luca 23:56-24:2)

Or nella notte dello Shabat, quando già albeggiava il primo giorno della settimana, Miryam di Magdala e l’altra Miryam vennero a visitare il sepolcro. (Matteo 28:1)

La sequenza in cui i passi biblici sono stati presentati sopra corrisponde all’ordine cronologico degli eventi. Una prima lettura dei testi ci pone davanti a dei quesiti i quali non sono facili da risolvere se non si conosce il contesto ebraico nel quale essi si svolgono:

  1. L’ultima cena apparentemente ebbe luogo la sera in cui si sacrificava Pesach (Matteo 26:17-20 e paralleli), tuttavia, il giorno dopo, quello in cui Yeshua fu crocifisso, era il giorno della Preparazione (Yohanan 18:28; 19:14), perché Pesach sarebbe stata celebrata in seguito nella sera immediata! Quale era dunque il giorno di Pesach? Quello in cui si celebrò l’ultima cena, o quello successivo, in cui egli fu crocifisso?
  2. Quel giorno di Pesach era anche Shabat (Yohanan 19:31, Marco 15:42-43; Luca 23:53-55), ed apparentemente , essendo stata la crocifissione il giorno precedente allo Shabat, la matematica occidentale e cristiana interpreta che sia stata il sesto giorno della settimana (una matematica che poi deve arrampicarsi sugli specchi per spiegare come si fa a contare tre giorni e tre notti dal venerdì alla domenica)... Sarà proprio così?
  3. La risurrezione ebbe luogo durante la notte successiva allo Shabat, apparentemente, il primo giorno della settimana. Infatti, le donne si recarono quel giorno alla tomba, portando gli aromi che avevano comprato il giorno dopo lo Shabat! (Marco 16:1-2) Quando hanno comprato questi aromi, se sono arrivate alla tomba ch’era ancora notte? Tuttavia, l’altro evangelista racconta ch’esse sono andate prima a comprare gli aromi, e poi si riposarono durante lo Shabat (Luca 23:56, 24:1) ... É possibile che uno degli autori si sia sbagliato, oppure c’è un’altra spiegazione?

La nostra conoscenza delle Scritture ci conferma che non possono esserci due giorni di Pesach, né due settimi giorni della stessa settimana ‒ il ché comunque non significa che non possano esserci due Shabat ebraici in una medesima settimana. Per trovare la soluzione a questo apparente problema è necessario immergersi nel momento storico-geografico in cui questi avvenimenti si svolsero, considerando l’esistenza di due calendari allora in uso nell’ambiente giudaico, i quali coincidevano esattamente nella corrispondenza dei giorni della settimana, ma non nel numero di giorni del mese e di conseguenza nella data, da cui dipendono le festività.
Dunque, in base al calendario biblico, è possibile che ci siano due Shabat in una settimana, quello naturale, ovvero il settimo giorno della stessa, ed uno festivo, ossia, un giorno di riposo (Shabat in ebraico) dovuto ad una celebrazione solenne. In quanto al giorno di Pesach, invece, nel calendario biblico è possibile soltanto uno, il 15 d’Aviv. Tuttavia, due giorni diversi per la celebrazione di Pesach erano possibili, dipende di chi la commemorasse. Per un esame più comprensibile della sequenza degli avvenimenti e dei giorni precisi in cui essi accaddero, è necessario invertire l’ordine: analizzeremo prima i fatti relativi alla crocifissione e risurrezione di Yeshua, e poi le circostanze dell’ultima cena.
Due Shabat!
Il concetto di Shabat comunemente conosciuto da tutti i cristiani che leggono la Bibbia è che questo è il giorno di riposo ebraico, che coincide con il sabato cristiano e che è secondo l’Ordinamento Divino, il settimo giorno della settimana. Quello che invece non è di pubblico dominio è che non solo il sabato è Shabat, ma può esserlo anche qualsiasi altro giorno della settimana, se corrisponde con una festività giudaica. Infatti, “Shabat” per gli Ebrei non significa “il settimo giorno”, ma “giorno di riposo”, ovvero, quello che sarebbe l’equivalente di un giorno festivo. Quindi, in una settimana come quella di Pesach, è normale che ci siano due Shabat, uno di riposo settimanale ed un altro di festività. Per dissipare ogni dubbio, vediamo nelle Scritture qual’è il concetto di Shabat:

«Parla ai figliuoli d’Israele, e di’ loro: Il settimo mese, il primo giorno del mese avrete un riposo solenne (Shabat), una commemorazione fatta a suon di tromba, una santa convocazione. Non farete alcun’opera servile, e offrirete all’Eterno dei sacrifizi mediante il fuoco». L’Eterno parlò ancora a Moshè, dicendo: «Il decimo giorno di questo settimo mese sarà il giorno delle espiazioni; avrete una santa convocazione, umilierete le anime vostre e offrirete all’Eterno dei sacrifizi mediante il fuoco. In quel giorno non farete alcun lavoro; poiché è un giorno d’espiazione, destinato a fare espiazione per voi davanti all’Eterno, ch’è l’Iddio vostro»... «Non farete alcun lavoro. È una legge perpetua, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Sarà per voi un Shabat di completo riposo, e umilierete le anime vostre; il nono giorno del mese, dalla sera alla sera seguente, celebrerete il vostro Shabat». L’Eterno parlò ancora a Moshè, dicendo: «Parla ai figliuoli d’Israele, e di’ loro: Il quindicesimo giorno di questo settimo mese sarà la festa di Sukkot, durante sette giorni, in onore dell’Eterno. Il primo giorno vi sarà una santa convocazione; non farete alcuna opera servile. Per sette giorni offrirete all’Eterno dei sacrifizi mediante il fuoco. L’ottavo giorno avrete una santa convocazione, e offrirete all’Eterno dei sacrifizi mediante il fuoco. È giorno di solenne radunanza; non farete alcuna opera servile». (Wayyiqra/Levitico 23:24-28, 31-36)

Questo passo della Scrittura parla dell’istituzione delle festività di Yom Teruah (Rosh ha-Shanah), Yom Kippur e Sukkot, che si celebrano rispettivamente i giorni 1, 10 e 15 del mese d’Ethanim (Tishri). Qui possiamo vedere che tutti questi giorni sono definiti “Shabat”, indipendentemente dal giorno settimanale in cui possano capitare. Infatti, non tutti gli anni il primo giorno del mese accade nello stesso giorno settimanale, né nel nostro calendario né in quello ebraico. Se per coincidenza il primo giorno del mese è un sabato settimanale, sicuramente il decimo non lo sarà, anche se il quindicesimo sì. Se invece, è il decimo giorno che è un sabato, né il primo né il quindicesimo potranno esserlo. Può succedere che nessuno di questi giorni sia sabato settimanale, per esempio, se il primo ed il quindicesimo del mese sono martedì, il decimo è giovedì; tuttavia, per il calendario ebraico, tutti questi sono Shabat perché festivi.
Un altro esempio di questo tipo riguarda proprio i giorni relativi a Pesach e Hag ha-Matzah (Festività degli Azzimi):

Per sette giorni mangerete pani azzimi. Fin dal primo giorno toglierete ogni lievito dalle vostre case; poiché, chiunque mangerà pane lievitato, dal primo giorno fino al settimo sarà reciso da Israele. E il primo giorno avrete una santa convocazione, e una santa convocazione il settimo giorno. Non si faccia alcun lavoro in quei giorni; si prepari soltanto quel ch’è necessario a ciascuno per mangiare, e non altro. (Esodo 12:15-16)

Il primo giorno avrete una santa convocazione; non farete in esso alcuna opera servile; e per sette giorni offrirete all’Eterno dei sacrifizi mediante il fuoco. Il settimo giorno si avrà una santa convocazione, non farete alcuna opera servile. (Levitico 23:7-8)

La festività degli azzimi si celebra durante un’intera successione di sette giorni, di cui sia il primo che l’ultimo giorno sono Shabat, nome ebraico che si può tradurre come “giorno di riposo”, perché in essi non si può svolgere alcun lavoro o attività al di fuori di quelle strettamente necessarie. Se c’è un popolo per il quale i giorni festivi sono veramente tali, al punto di essere un obbligo riposarsi, questo è il popolo dei Giudei. Lo Shabat è assolutamente da osservare. Il primo giorno di questa festività è il 15 Nisan, ed il settimo è il 21 Nisan (Nisan è il mese d’Aviv): è ovvio che non possono entrambi, il primo ed il settimo, accadere nello stesso giorno settimanale, e se uno per coincidenza è sabato, l’altro non lo sarà. Tuttavia, per gli Ebrei, entrambi sono Shabat.
Quindi, nell’ultima settimana di Yeshua a Yerushalaym, c’erano due Shabat! Uno era lo Shabat settimanale, l’altro era lo Shabat di Pesach. Infatti, in Yohanan 19:31 ci dice chiaramente che “quel giorno dello Shabat era un gran giorno”, ovvero, un giorno speciale, perché era Pesach. Ma ché giorno era? Sabato, venerdì, giovedì...?
Tenendo presente che l’inizio del giorno nella Bibbia non è a mezzanotte ma al tramonto ‒ quindi quando diciamo per esempio "lunedì" ci riferiamo in realtà alle 24 ore che trascorrono dalla domenica all’imbrunire (circa le sei del pomeriggio) fino alla stessa ora del lunedì ‒, proviamo a trascrivere alcuni eventi relativi a questa settimana in una sorta di versione unificata dell’Evangelo in sequenza cronologica, dal giorno della crocifissione fino a quello della risurrezione:

Poi, da Kayafa, menarono Yeshua nel pretorio. Era mattina presto, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare Pesach... Era la Preparazione di Pesach, ed era circa l’ora sesta. Ed egli disse ai Giudei: «Ecco il vostro Re!»... Presero dunque Yeshua; ed egli, portando la sua croce, venne al luogo del Teschio, che in ebraico si chiama Gulgolta, dove lo crocifissero... Allora i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante lo Shabat (poiché era la Preparazione, e quel giorno dello Shabat era un gran giorno [Pesach]), chiesero a Pilato che fossero loro fiaccate le gambe, e fossero tolti via... Ed essendo già sera (poiché era Preparazione, cioè la vigilia dello Shabat [di Pesach]), venne Yosef di Ramatayim, consigliere onorato, il quale aspettava anch’egli il Regno di Elohim; e, preso ardire, si presentò a Pilato e domandò il corpo di Yeshua. E trattolo giù, lo involse in un panno di lino e lo pose in una tomba scavata nella roccia, dove nessuno era ancora stato posto. Era il giorno della Preparazione, e stava per cominciare lo Shabat [di Pesach]. E le donne ch’erano venute con Yeshua dalla Galilea, avendolo seguito, guardarono la tomba, e come v’era stato posto il corpo di Yeshua...
E passato lo Shabat [di Pesach], Miryam di Magdala e Miryam madre di Yakov e Shalomit comprarono degli aromi per andare a ungere Yeshua. Esse, essendosene tornate, prepararono [gli] aromi ed oli odoriferi. Poi, durante lo Shabat [settimo giorno] si riposarono, secondo il comandamento. Or nella notte dello Shabat [settimo giorno], quando già albeggiava il primo giorno della settimana, Miryam di Magdala e l’altra Miryam vennero a visitare il sepolcro. (Yohanan 18:28; 19:14, 17-18, 31; Marco 15:42-43; Luca 23:53-55; Marco 16:1; Luca 23:56-24:1; Matteo 28:1)

Da questo riassunto possiamo capire, secondo il calendario biblico, la data in cui Yeshua fu crocifisso e sepolto, il giorno della settimana in cui questo avvenne, ed il giorno in cui le donne sono andate a comprare gli aromi e li prepararono:
La crocifissione, morte e sepoltura di Yeshua fu nel giorno della Preparazione, il quale è quello immediatamente precedente alla celebrazione di Pesach, che inizia al tramonto, secondo si legge nella Torah:

Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, dell’anno; potrete prendere un agnello o un capretto. Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la radunanza d’Israele, congregata, lo immolerà sull’imbrunire. (Esodo 12:5-6)

Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull’imbrunire, sarà la Pesach dell’Eterno; e il quindicesimo giorno dello stesso mese sarà la festa dei pani azzimi. (Levitico 23:5-6)

Partirono da Rameses il primo mese, il quindicesimo giorno del primo mese. Il giorno dopo Pesach i figliuoli d’Israele partirono a testa alta, a vista di tutti gli Egizi. (Bemidbar/Numeri 33:3)

Questo giorno della Preparazione era il 14 Nisan; quello stesso giorno, sull’imbrunire, sarebbe iniziato il 15 Nisan, giorno di Pesach, quindi Shabat. Quel giorno di Pesach è il primo Shabat in questa sequenza. Il giorno successivo è quello in cui le donne sono andate a comprare gli aromi e li prepararono, il quale è quello precedente al secondo Shabat, che era il giorno di riposo settimanale.
In altri termini, il giorno della crocifissione era un mercoledì (14 Nisan); al tramonto si celebrava Pesach, e tutto il giovedì fino al tramonto era il primo Shabat, Shabat di Pesach (15 Nisan). Poi c’è un giorno intermedio, lavorativo, nel quale le donne sono andate a comprare gli aromi e li prepararono, e questo fu il venerdì (16 Nisan), perché al tramonto dello stesso iniziava già il secondo Shabat, quello in cui ci si riposa secondo il comandamento (sabato, 17 Nisan). Alla sera del sabato inizia il primo giorno della settimana.


  • 14 Nisan, mercoledì Preparazione: processo, crocifissione, morte e sepoltura di Yeshua 
  • 15 Nisan, giovedì Pesach (Shabat): riposo festivo - primo giorno nella tomba
  • 16 Nisan, venerdì le donne comprano aromi e li preparano
  • 17 Nisan, sabato Shabat riposo sabbatico - terzo giorno e risurrezione
  • 18 Nisan, domenica (notte del sabato) le donne visitano la tomba, che era già vuota

Infatti, la risurrezione non fu di domenica, ma di sabato! In seguito tratteremo questo argomento, tuttavia, è opportuno considerare alcune obiezioni presentate da teologi e studiosi nello sforzo di conservare la tradizione e non distruggere secoli di convinzioni sulla risurrezione domenicale (che costituisce anche una falsa scusa per osservare la domenica).
1. La crocifissione non accadde il venerdì: Naturalmente, non daremo alcuna importanza a coloro che ancora cercano di dare credito alla teoria della crocifissione in venerdì, che ormai è insostenibile. Tuttavia, a parte il fatto che contare tre giorni e tre notti dal mezzogiorno del venerdì all’alba della domenica è matematicamente impossibile, esiste anche una ragione biblica per la quale il venerdì non può essere il giorno di Preparazione, ovvero il 14 Nisan:  
Il vostro agnello sia senza difetto... Lo serberete fino al quattordicesimo giorno di questo mese, e tutta la radunanza d’Israele, congregata, lo immolerà sull’imbrunire. E se ne mangi la carne in quella notte; si mangi arrostita al fuoco, con pane senza lievito e con dell’erbe amare... E non ne lasciate nulla di resto fino alla mattina; e quel che ne sarà rimasto fino alla mattina, bruciatelo col fuoco... e mangiatelo in fretta: è la Pesach dell’Eterno. (Esodo 12:5-6,8,10,11)
Ed egli disse loro: «Questo è quello che ha detto l’Eterno: Domani è un giorno solenne di riposo, un Shabat sacro all’Eterno; fate cuocere oggi quel che avete da cuocere e fate bollire quel che avete da bollire; e tutto quel che vi avanza, riponetelo e serbatelo fino a domani. Riflettete che l’Eterno vi ha dato il Shabat; per questo, nel sesto giorno egli vi dà del pane per due giorni; ognuno stia dov’è; nessuno esca dalla sua tenda il settimo giorno». Così il popolo si riposò il settimo giorno... Sei giorni si dovrà lavorare, ma il settimo giorno sarà per voi un giorno santo, un Shabat di solenne riposo, consacrato all’Eterno. Chiunque farà qualche lavoro in esso sarà messo a morte. Non accenderete fuoco in alcuna delle vostre abitazioni il giorno del Shabat. (Esodo 16:23, 29-30; 35:2-3) 
Uno dei precetti della Torah stabilisce che la notte stessa della Preparazione si deve consumare la cena di Pesach, della quale non deve avanzare nulla per il mattino del 15 Nisan. Un altro precetto ordina che nel sesto giorno della settimana (ossia, il venerdì), si deve preparare tutto ciò che si mangerà durante il settimo, perché in esso non è permesso cucinare né accendere fuoco. Non è nemmeno giusto digiunare durante questo giorno, eccetto per motivi molto validi, e non lo si deve fare specialmente durante un periodo in cui si celebra una festività di giubilo come la Pesach. Come si farebbe, dunque, se la Preparazione di Pesach fosse un venerdì, di cui la notte stessa si deve mangiare tutto senza lasciare niente per il mattino, mentre che un altro precetto ordina che il venerdì si deve cucinare anche per il giorno successivo, nel quale non si deve digiunare? Qualcuno potrebbe obiettare che, come abbiamo già detto, i giorni festivi possono cadere su qualsiasi giorno della settimana quando sono legati ad una data prefissata. Avendo prevenuto questa possibilità, il calendario ebraico non è rigido, ma può programmarsi in modo tale che i giorni festivi non accadano in un giorno in cui possano esserci dei conflitti legati ai precetti biblici, quindi, nell’eventualità, si anticipa o si pospone il capodanno.

2. La crocifissione non accadde il giovedì: Siccome la teoria della crocifissione di venerdì è stata screditata dagli studiosi più seri, prevale l’idea che essa sia avvenuta nel giovedì ‒ e così, slittando tutta la sequenza di un giorno, è più facile far cadere l’evento della risurrezione sulla domenica. Il giovedì non è possibile per diversi motivi, di cui segnalerò il seguente: Se la crocifissione avvenne di giovedì, è sottinteso che la sera iniziava il venerdì, giorno che sarebbe stato ipoteticamente lo Shabat di Pesach. E dopo il venerdì, secondo la logica, viene il sabato, il quale è anche Shabat, e quindi avremmo due Shabat in successione immediata, senza giorni intermedi. Due giorni di fila in cui era tutto chiuso perché di riposo obbligatorio. La domanda è: Quando sono andate le donne a comprare gli aromi, e quando li hanno preparati? Questo potevano averlo fatto soltanto durante un giorno lavorativo, ma se il venerdì era chiuso per riposo di Pesach, il sabato era pure chiuso per riposo settimanale, e la domenica era ancora la notte del sabato quando sono andate alla tomba, in quale momento hanno potuto comprare e preparare? Dov’è finito il giorno in cui “passato lo Shabat”, come dice l’evangelista, hanno comprato e preparato gli aromi?
A questo punto, la scelta del mercoledì è quella più plausibile, ma arriveremo a tale conclusione dopo aver considerato anche il giorno in cui Yeshua consumò l’ultima cena con i suoi apostoli. E quindi, la nostra prossima domanda:
In quale giorno avvenne la Risurrezione?
La risposta a questa domanda consiste fondamentalmente nella giusta interpretazione di come contare i tre giorni dalla morte di Yeshua. Ci sono diverse spiegazioni, più o meno forzate o speculative, per fare quadrare i conti secondo la teoria che si vuole far prevalere. La maggior parte dei versi biblici riguardanti questo evento sembrano indicare che la risurrezione ebbe luogo durante il terzo giorno, contando quello della crocifissione come il primo, quindi entro i tre giorni incluso questo. Altri versi invece, sembrano indicare che ci siano trascorsi tre giorni interi fra la sepoltura e la risurrezione. Prima d’esporre questo argomento, leggiamo i passi biblici pertinenti:

E l’uccideranno, e al terzo giorno risusciterà. Ed essi ne furono grandemente contristati. (Matteo 17:23)

Ed essi lo condanneranno a morte, e lo metteranno nelle mani dei Gentili per essere schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà. (Matteo 20:19)

Ordina dunque che il sepolcro sia sicuramente custodito fino al terzo giorno; che talora i suoi discepoli non vengano a rubarlo e dicano al popolo: È risuscitato dai morti. (Matteo 27:64)

Bisogna che il Figliuol dell’uomo soffra molte cose, e sia reietto dagli anziani e dai capi Kohanim e dagli scribi, e sia ucciso, e risusciti il terzo giorno. (Luca 9:22)

E dopo averlo flagellato, l’uccideranno; ma il terzo giorno risusciterà. (Luca 18:33)

Dicendo che il Figliuol dell’uomo doveva esser dato nelle mani d’uomini peccatori ed esser crocifisso, ed il terzo giorno risuscitare... Or noi speravamo che fosse lui che avrebbe riscattato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da che queste cose sono avvenute... Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno. (Luca 24:7,21,46)

Secondo questi versi, sembra che non ci siano dubbi: la risurrezione è avvenuta nel terzo giorno a partire dal momento della morte, quindi, se questa avesse avuto luogo il giovedì, al venerdì sarebbe trascorso un giorno, al sabato due, ed il terzo sarebbe effettivamente la domenica. Questa ipotesi però, lascia senza risposta il problema del giorno lavorativo intermedio, in cui le donne sono andate a comprare gli aromi. L’unica possibilità di conciliare questo modo d’effettuare il computo dei giorni con l’evidenza del giorno intermedio tra i due Shabat è iniziare a contare dal mercoledì, quindi la risurrezione inevitabilmente dev’essere accaduta durante il sabato.
Tuttavia, altri versi dell’Evangelo sembrano indicare diversamente:

Poich’egli ammaestrava i suoi discepoli, e diceva loro: «Il Figliuol dell’uomo sta per esser dato nelle mani degli uomini ed essi l’uccideranno; e tre giorni dopo essere stato ucciso, risusciterà». (Marco 9:31)

Signore, ci siamo ricordati che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: «Dopo tre giorni, risusciterò». (Matteo 27:63)

Poi cominciò ad insegnar loro ch’era necessario che il Figliuol dell’uomo soffrisse molte cose, e fosse reietto dagli anziani e dai capi Kohanim e dagli scribi, e fosse ucciso, e in capo a tre giorni risuscitasse. (Marco 8:31)

E lo scherniranno e gli sputeranno addosso e lo flagelleranno e l’uccideranno; e dopo tre giorni egli risusciterà. (Marco 10:34)

Poiché, come Yonah stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell’uomo nel cuor della terra tre giorni e tre notti. (Matteo 12:40)

In base alle espressioni “dopo tre giorni” e “tre giorni e tre notti”, questi passi si prestano ad interpretare che dal momento della morte fino a quello della risurrezione siano trascorsi tre giorni interi, ovvero, 72 ore. Questo modo di contare favorirebbe la tesi del mercoledì come giorno della crocifissione, ma anche della domenica come quello della risurrezione. Comunque, in base al fatto che la sepoltura fu effettuata inderogabilmente prima delle 6 del pomeriggio del giorno della Preparazione, se questo era il mercoledì le 72 ore si sarebbero verificate non dopo 6 del pomeriggio del sabato, quindi in ogni caso, non essendo ancora iniziata la domenica o al massimo nell’ora precisa del cambio di giorno. Questa possibilità di contare i tre giorni come interi, squalifica automaticamente l’ipotesi della crocifissione nel giovedì, perché in tal caso la risurrezione dovrebbe essere avvenuta in piena giornata di domenica, oppure verso la fine della stessa, cosa del tutto improbabile in base a quanto è scritto nell’Evangelo.
Quindi, ciò che ci rimane ancora da definire in modo più preciso, e per farlo prenderemo riferimento da quanto scritto nell’Evangelo, è il giorno della risurrezione:

Or Yeshua, essendo risuscitato la mattina del primo giorno della settimana, apparve prima a Miryam di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demonî. (Marco 16:9)

Sembra che non ci siano dubbi, vero? Questo versetto, apparentemente dicendo che Yeshua fu “risuscitato la mattina del primo giorno”, afferma che la risurrezione avvenne effettivamente la domenica mattina. Tuttavia, i traduttori possono essere stati fuorviati dalla tradizione popolare quando inserirono le virgole, perché, come ogni studioso delle Scritture sa, il testo originale non conteneva alcuna virgola, né punto, né nessun altro segno grafico, ma era composto di sole lettere e nemmeno c’era la separazione tra una parola e l’altra. Quindi, l’inserimento delle virgole può dipendere di fattori puramente soggettivi da parte dei traduttori. Infatti, in questo versetto è importante prendere come riferimento il tempo verbale, il quale ci indica dove dev’essere collocata correttamente la virgola:

Or Yeshua essendo risuscitato, la mattina del primo giorno della settimana apparve prima a Miryam di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demonî.

Cambia, vero? Infatti, interpretando correttamente il tempo del verbo, si può anche spostare la virgola per darle la giusta ubicazione nella frase, che adesso ha anche un senso logico: Yeshua era già risuscitato quando, la mattina della domenica, apparve a Miryam. Ella non lo vide risuscitare, ma lo vide già risorto, ed era la mattina molto presto, come ci indicano altri passi dell’Evangelo:

Or nella notte del sabato, quando già albeggiava, il primo giorno della settimana, Miryam di Magdala e l’altra Miryam vennero a visitare il sepolcro. (Matteo 28:1)

Pure in questo caso, anche se la precisazione “la notte del sabato” non lascia posto a dubbi, la virgola dopo “quando già albeggiava” non ha alcun senso, e la frase si rende più comprensibile senza d’essa:

Or nella notte del sabato, quando già albeggiava il primo giorno della settimana, Miryam di Magdala e l’altra Miryam vennero a visitare il sepolcro.

Perché nella notte del sabato, l’unica cosa che può albeggiare è il giorno successivo. Con o senza la virgola, questo verso ci illustra chiaramente il momento in cui queste donne sono andate a visitare la tomba: la notte subito dopo lo Shabat!

E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro sul levar del sole. (Marco 16:2)

Il primo giorno della settimana, la mattina molto per tempo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparato. (Luca 24:1)

Or il primo giorno della settimana, la mattina per tempo, mentr’era ancora buio, Miryam di Magdala venne al sepolcro, e vide la pietra tolta dal sepolcro. (Yohanan 20:1)

Mentre Marco e Luca si limitano a dire che quella mattina le donne si sono recate alla tomba molto presto, Yohanan specifica, come Matteo, che era ancora di notte.
Quindi, si può dire con certezza che le donne si sono presentate nei pressi della tomba in ore notturne, prima dell’alba della domenica. Allora, cosa videro?
a) Yeshua che rotolava la pietra del sepolcro, aiutato dagli angeli scesi apposta per questo;
b) Yeshua che metteva da parte il sudario che gli avevano messo sul capo, mentre lasciava sparsi gli altri panni e s’apprestava ad uscire dalla tomba, che nel frattempo era stata liberata dalla pietra che ne ostruiva l’uscita;
c) Yeshua che si svegliava dalla morte mentre gli angeli rotolavano la pietra...
No. Sono arrivate in ritardo per poter aver testimoniato un evento così portentoso ed unico. Tutto ciò era già successo. Quando? Proprio verso la fine dello Shabat! Infatti, leggiamo ciò che le donne hanno trovato nel momento in cui sono arrivate alla tomba:

E trovarono la pietra rotolata dal sepolcro. Ma essendo entrate, non trovarono il corpo del Rabbi Yeshua. Ed avvenne che mentre se ne stavano perplesse di ciò, ecco che apparvero dinanzi a loro due uomini in vesti sfolgoranti; ed essendo esse impaurite, e chinando il viso a terra, essi dissero loro: «Perché cercate il vivente fra i morti? Egli non è qui, ma è risuscitato; ricordatevi com’egli vi parlò quand’era ancora in Galilea». (Luca 24:2-6)

Ecco, le donne videro questi due personaggi che comunicarono loro quello che era successo: Yeshua era già risorto quando esse, nella notte del sabato, sono andate ad ungerlo. Perchè non si tiene conto del fatto che nessuno in realtà fu testimone oculare della risurrezione, e quindi non si può determinare l’ora in cui essa si verificò? Dal racconto evangelico risulta evidente che comunque non accadde nelle prime ore del mattino, ma durante la notte, oppure nella sera precedente, nella quale essendo ancora Shabat, nessuno si è mosso per andare a vedere. Queste donne erano ansiose di poter rendere onore al corpo di Yeshua, ed appena passato lo Shabat sono andate a farlo, ma egli già non c’era più...
Considerando che la sua risurrezione sia accaduta entro i tre giorni compreso quello della crocifissione, che è l’ipotesi più probabile ‒o anche se fossero passate 72 ore‒, essa deve essersi verificata prima della conclusione dello Shabat, perché come già abbiamo spiegato, la crocifissione non può essere stata che il mercoledì, e come vedremo adesso, l’ultima cena fu il martedì sera.

L’ultima cena
I particolari riguardanti l’ultima cena sono davvero interessanti ed enigmatici, sia perché sembra una celebrazione anticipata della Pesach (precedente al giorno della Preparazione!), sia per altri dettagli che sfuggono a chi non ha una conoscenza approfondita delle regole intorno alle celebrazioni giudaiche. Questi elementi ci danno anche un’indicazione sul giorno della crocifissione in favore del mercoledì.
Abbiamo già detto che il giorno della Preparazione è il 14 di Nisan, nel quale si predispone il sacrificio con cui in quella stessa sera, che è il 15 Nisan, si commemora Pesach, la liberazione dall’Egitto. Abbiamo anche verificato che Yeshua fu crocifisso proprio nel giorno della Preparazione, ossia il 14 Nisan, e quindi la notte di Pesach era già stato sepolto. Di conseguenza, l’ultima cena non può essersi svolta nella notte di Pesach, ma all’inizio del giorno della Preparazione, ovvero, la sera precedente dopo il tramonto. Infatti, ciò che Yeshua in realtà celebrò era la Preparazione e non Pesach. Tuttavia, ci sono dei particolari sconcertanti intorno a questa cena; leggiamo i passi biblici connessi a questo evento, divisi in due sezioni per poter considerare i dettagli in modo più comprensibile:

1. E il primo giorno degli azzimi, quando si sacrificava Pesach, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo ad apparecchiarti da mangiar Pesach?» Ed egli mandò due dei suoi discepoli, e disse loro: «Andate nella città, e vi verrà incontro un uomo che porterà una brocca d’acqua; seguitelo; e dove sarà entrato, dite al padrone di casa: “Il Rabbi dice: Dov’è la mia stanza da mangiarvi Pesach coi miei discepoli?”». E i discepoli andarono e giunsero nella città e trovarono come egli aveva loro detto, e apparecchiarono Pesach. (Marco 14:12-16)

Ed egli disse loro: «Ecco, quando sarete entrati nella città, vi verrà incontro un uomo che porterà una brocca d’acqua; seguitelo nella casa dov’egli entrerà. E dite al padrone di casa: “Il Rabbi ti manda a dire: Dov’è la stanza nella quale mangerò Pesach con i miei discepoli?” Ed egli vi mostrerà di sopra una gran sala ammobiliata; quivi apparecchiate». Ed essi andarono e trovarono com’egli aveva loro detto, e prepararono Pesach. (Luca 22:10-13)

2. Ed egli disse: Andate in città dal tale, e ditegli: «Il Rabbi dice: Il mio tempo è vicino; farò Pesach da te, con i miei discepoli». E i discepoli fecero come Yeshua aveva loro ordinato, e prepararono Pesach. E quando fu sera, si mise a tavola con i dodici discepoli. (Matteo 26:18-20)

E i discepoli andarono e giunsero nella città e trovarono come egli aveva loro detto, e apparecchiarono Pesach. E quando fu sera Yeshua venne con i dodici. (Marco 14:16-17)

E quando l’ora fu venuta, egli si mise a tavola, e gli apostoli con lui. Ed egli disse loro: «Ho grandemente desiderato di mangiar questa Pesach con voi, prima ch’io soffra; poiché io vi dico che non la mangerò più finché sia compiuta nel Regno d’Elohim». (Luca 22:14-16)

Nella prima sezione troviamo un personaggio misterioso, del quale non sappiamo nemmeno il nome: un uomo che porta una brocca d’acqua. Questa figura può apparire normale per gli occidentali dell’era post-rivoluzione sessuale degli anni 60, ma certamente era una cosa insolita nell’ambiente giudeo del primo secolo: il compito di attingere acqua era riservato esclusivamente alle donne. Oppure, quest’uomo poteva essere un servo, al quale il padrone aveva praticamente umiliato dandogli da compiere un lavoro femminile? Ma no!... Era il padrone di casa! Com’è possibile? Un uomo, padrone di casa, che va di persona a fare qualcosa che dovrebbe aver fatto sua moglie, o sua figlia, o una serva, o al limite un servo... Una spiegazione c’è: ancora una volta ci si presentano quelli uomini mai nominati ma spesso insinuati nel Nuovo Testamento, gli esseni. Non a caso la tradizione colloca la stanza dell’ultima cena nel quartiere esseno di Yerushalaym. Infatti, essendo la maggioranza degli esseni uomini celibi, non avevano altra scelta che andare a procurarsi l’acqua di persona. Perché Yeshua ha deciso di celebrare Pesach dagli esseni? Anche se non sembra che il padrone di casa abbia partecipato, ma soltanto concesso l’uso della stanza, la quale era arredata in occasione della festività.
Nella seconda sezione notiamo che insieme a Yeshua c’erano i dodici apostoli, e non v’è menzionata nessun’altra persona. Com’è possibile che non siano state presenti le donne? Dov’erano Miryam di Magdala, Miryam la madre di Yakov e Yosi, Shalomit, la moglie di Zavdai, Miryam moglie di Klofah, Marta e Miryam di Beitanyah, Yohanah moglie di Kusa e Shoshanah, e le altre donne che servivano Yeshua con i loro beni? E magari anche la suocera di Kefa, e le mogli degli apostoli? ‒perché alcuni di loro, se non tutti, erano sposati‒ (Matteo 8:14; 27:56; Marco 15:40; Yohanan 11:1; 19:25; Luca 8:3; 18:28). Infatti, l’assenza delle donne contrasta fortemente con la tradizione giudaica, che stabilisce che in tutte le festività, e principalmente in quelle di giubilo come Pesach, la presenza delle donne è richiesta, anzi, esse devono assolutamente partecipare. Ritorniamo sulla “pista essena”...? Ci sono alcuni che sostengono che in realtà le donne c’erano, ma non sono menzionate perché non era solito farlo. Può darsi. Tuttavia, dal racconto degli Evangeli sembra che le donne non siano state invitate.
Un terzo fattore implicitamente suggerisce infatti che quello che si celebrava quella sera, a parte la Preparazione, era Pesach secondo il calendario esseno! Infatti, sia Yeshua che i suoi discepoli chiamavano a quella cerimonia proprio “Pesach”. Come mai? Abbiamo già spiegato che gli esseni osservavano un calendario solare, in base al quale tutti gli anni erano strutturalmente uguali perché ogni giorno del mese corrispondeva sempre al medesimo giorno della settimana, e di conseguenza, anche tutte le festività. La celebrazione di Pesach, il 15 di Aviv, era per gli esseni sempre un mercoledì. E quella stessa sera era il 15 Aviv nel calendario esseno, la sera iniziata al tramonto del martedì precedente alla crocifissione.
Gli elementi coincidono: un uomo che porta una brocca d’acqua, una celebrazione di Pesach nella sera della Preparazione, l’assenza delle donne. Perché Yeshua ed i suoi apostoli hanno deciso di celebrare una festività secondo le usanze degli esseni? Probabilmente perché era l’ultima volta ch’egli avrebbe potuto celebrare Pesach, com’egli stesso dichiarò, finché sia compiuta nel Regno d’Elohim... O magari perché la sua missione era rivolta verso la Casa di Israele e non verso la Casa di Yehudah... Oppure, per lasciarci un indizio sul giorno in cui fu crocifisso, il mercoledì... Una strana coincidenza è che al poco tempo dalla sua nascita i suoi primi adoratori sono stati i Magi, e poche ore prima della sua morte egli partecipò ad una celebrazione in casa di esseni. Abbiamo già parlato sui legami esistenti tra questi due gruppi, ed il loro rapporto con la Casa di Israele. Perché questi non-Giudei compaiono proprio all’inizio ed alla fine della sua vita terrena? Oppure questi particolari sono stati evidenziati dai redattori degli Evangeli?...
Non perderemo tempo qui a considerare alcune ridicole teorie che sono ultimamente in circolazione, prese da un romanzo di successo che qualcuno pretende spacciare per scoperta scientifica, il cosiddetto “Codice Da Vinci”, che propone una serie di speculazioni a partire del dipinto de “L’ultima cena” del famoso pittore toscano. Tali teorie non meritano alcun credito.
Non vorrei dilungarmi neanche su aspetti meno rilevanti intorno alla commemorazione della “santa cena” o eucaristia, a parte il fatto che essa consiste in pane, che rimane sempre pane e non si trasforma in alcun’altra sostanza, e vino, che non è succo d’uva, né mosto analcolico (come alcuni gruppi insistono tenacemente), ma è vino e rimane tale. Non è vero che si tratti di una qualità di vino senza alcool, come vogliono far credere certe denominazioni, perché semplicemente non esiste un prodotto così, e nel linguaggio biblico e fin troppo chiaro che il termine “vino” indica una bevanda a base di fermento d’uva, che se si beve in modo esagerato produce ubriachezza: “Per chi s’indugia a lungo presso il vino, per quei che vanno a gustare il vino misto. Non guardare il vino quando rosseggia, quando scintilla nel calice e va giù così facilmente! Alla fine, esso morde come un serpente e punge come un basilisco. I tuoi occhi vedranno cose strane, e il tuo cuore farà dei discorsi pazzi” ‒ Proverbi 23:30-33. Il vino usato da Yeshua ha precisamente queste caratteristiche, come tutto il buon vino d’Israele e soprattutto quello che si beve in celebrazioni come la Preparazione o Pesach, in cui è richiesto che il vino sia della miglior qualità, cosa che necessariamente dipende da un’alta gradazione. Sul significato della santa cena, va precisato in modo categorico che essa non sostituisce in nessun modo la celebrazione di Pesach, e non ne è la continuazione. Yeshua ha semplicemente eseguito una commemorazione che fa parte della cerimonia giudaica. Tuttavia, è importante realizzarla nel momento prestabilito: la grande maggioranza delle istituzioni cristiane e pseudo-cristiane celebrano piuttosto una “santa colazione” anziché una santa cena, seguendo così inconsapevolmente o meno, la tradizione del culto solare. Lo stesso apostolo dei gentili, quando trasmette l’insegnamento ricevuto, specifica che “Yeshua, nella notte che fu consegnato, prese del pane” (1Corinzi 11:23). È stata ancora una volta la tradizione cattolico-romana che ha imposto l’eucaristia nelle ore diurne.

La consegna
Uno dei fatti che si danno per scontati senza meditare veramente sul senso che esso possa avere è il cosiddetto “tradimento” di Giuda. Certamente, gran parte della colpa è attribuibile alle traduzioni, che sono state eseguite con scarsa responsabilità e mancanza di rispetto del testo originale. Il famigerato Iscariota è accusato d’aver tradito il suo Maestro, indicando ai soldati chi era questo ricercato rivoluzionario. Non c’è una notevole incoerenza in tutto ciò? Se per prendere Yeshua avevano bisogno di qualcuno che potesse identificarlo, significa che Yeshua era un fuggitivo, il quale si nascondeva e nessuno sapeva veramente dove trovarlo, realizzava le sue predicazioni in circoli esclusivi, in luoghi segreti dove soltanto alcuni iniziati avevano accesso dopo aver detto correttamente la parola d’ordine, e nessuno conosceva la sua faccia a parte i suoi più intimi collaboratori... Invece no, era un predicatore di strada che aveva messo in subbuglio tutta Yerushalaym, e l’intera nazione, che quando passava per le strade era subito riconosciuto persino dai ciechi, che lo invocavano «Yeshua ben-David, abbi pietà di noi!» (Matteo 20:30), e tutto quanto ci racconta l’Evangelo. Quindi, se è così, a cosa serve uno che lo tradisca? Perché pagare profumatamente uno che segnali ai soldati chi è questo personaggio che tutto il mondo conosce? Non l’avevano visto entrare nella città montato su un asino pochi giorni prima? Evidentemente, ciò che Giuda ha fatto era qualcosa di diverso. Prenderò ancora una volta le parole scritte da Pinhas Lapide in “Bibbia tradotta, Bibbia tradita”(parte terza, 1, 38):

“È interessante soprattutto il fatto che il termine ʹtradimentoʹ usato abitualmente da tutti i cristiani in riferimento a Giuda non ricorre come tale nell’Evangelo. Nel testo greco è scritto il verbo paradidonai, che significa letteralmente ʹdareʹ o ʹconsegnareʹ ed è esattamente il termine di cui si serve Paolo per indicare la morte sacrificale di Yeshua come ʹauto-donazione, auto-consegnaʹ (Galati 2:20). In ultima analisi Giuda ha fatto solo ciò che nel Nuovo Testamento Elohim stesso fa con Yeshua: «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi...» (Romani 8:32)” ‒ Notare che il verbo ʹha datoʹ in greco è lo stesso tradotto come ʹtradireʹ nel caso di Giuda Iscariota! Ha il Padre ʹtraditoʹ il proprio Figlio? [ndr] “A partire da questa frase l’intera passione diventa una serie di sei successive ʹconsegneʹ. Su indicazione di Yeshua, Giuda lo consegna al Sinedrio, il quale lo consegna a Pilato; questi lo consegna ad Erode, che poi glielo riconsegna. Pilato allora lo consegna ai suoi legionari, i quali lo inchiodano sulla croce romana, dove infine Yeshua consegna la sua anima al Creatore. Tutto questo si può leggere nel Nuovo Testamento, senza che vi si trovi alcun ʹtradimentoʹ attribuito a Giuda. Se tutto questo non fosse avvenuto e Yeshua fosse morto tranquillamente nel seno della propria famiglia, dove sarebbe la Chiesa a tutta la sua salvezza!? Per gli scettici resta alla fine questa semplice ragionevolissima domanda: in fin dei conti che cosa poteva tradire Giuda? Yeshua passava intere giornate in pubblico a Yerushalaym circondato dai suoi discepoli e da numerosi simpatizzanti e sostenitori. Era solito insegnare anche nel cortile del Tempio davanti a migliaia di persone. Lo conferma egli stesso senza ombra di dubbio: «Ogni giorno stavo seduto nel Tempio ad insegnare» (Matteo 26:55). Non c’era quindi alcun bisogno di un agente segreto per identificarlo. In una situazione del genere con la migliore buona volontà non c’era nulla -ma proprio nulla- che Giuda avrebbe potuto ʹtradireʹ alle autorità. «Nella notte in cui fu tradito...», così si ripete ovunque nelle celebrazioni della cena. L’ascoltatore non prevenuto si chiede con raccapriccio: la salvezza cristiana dipende forse dal presunto tradimento di Giuda Iscariota? Yeshua non ha forse annunciato a più riprese la sua morte di espiazione assunta liberamente e volontariamente? Come ad esempio nell’Evangelo di Yohanan: «Nessuno me la toglie [la vita], ma la offro da me stesso» (Yohanan 10:18)”. Infatti, quella presunta azione di tradimento da parte di Giuda viene espressa nel testo originale con gli stessi verbi con cui Yeshua parla di ciò che aveva determinato fare di se stesso. Quindi, sarebbe opportuna una revisione delle traduzioni, che hanno seguito non la fedeltà al manoscritto apostolico ma al commentario patristico. Vorrei citare una traduzione corretta, in inglese, il Messianic Renewed Covenant:
And as they were eating, He said, «Truly I say to you, that one of you will deliver Me up». And being deeply distressed, each one of them began to say to Him, «Surely not I, Lord?» And He answered and said, «He who has dipped his hand with Me in the dish is the one who will deliver Me up». (Matthew 26:21-23)
And Yehudah from Keriot, who was one of the twelve, went away to the chief priests, in order to deliver Him up to them... And as they were reclining and eating, Yeshua said, «Truly I say to you that one of you will deliver Me up - one who is eating with Me». (Mark 14:10,18)
For I took alongside from the Lord that which I also delivered to you, that the Lord Yeshua on the night in which He was delivered up took bread (1Corinthians 11:23)

I versi sopra citati e quelli paralleli e collegati, conforme al testo originale hanno reso la traduzione corretta usando il verbo ʹdeliverʹ, che significa ʹconsegnareʹ, ʹtrasmettereʹ. Notare che nel passo che tradizionalmente si legge nella celebrazione della santa cena, lo stesso verbo è ripetuto due volte, la prima che nel testo italiano corrisponde a ʹtrasmettereʹ e la seconda a ʹtradireʹ, come si legge: “Poiché ho ricevuto dal Signore quello che anche v’ho trasmesso; cioè, che il Signor Yeshua, nella notte che fu tradito, prese del pane”. Invece, una traduzione corretta, conforme sia all’originale che alla versione inglese sopra citata, sarebbe:
“Poiché ho ricevuto dal Signore quello che anche v’ho trasmesso; cioè, che il Signor Yeshua, nella notte che fu consegnato, prese del pane”  (1Corinzi 11:23)
Un’altra questione controversa riguarda il ʹprezzo del tradimentoʹ, trenta sicli d’argento. Il fatto è che tali monete, in quei tempi non esistevano! I sicli d’argento erano spariti dalla circolazione tre secoli prima. Probabilmente, l’Evangelista ha semplicemente scritto l’equivalente della somma che Giuda avrebbe ricevuto, in modo tale di collegarlo alla profezia di Zekharyah 11:10-14 (vedi commento nella sezione Profeti).

Il processo
L’idea che i responsabili della morte di Yeshua siano stati i Giudei (o gli “Ebrei”) è tuttora la più diffusa tra i cristiani. Questo concetto è stato il cavallo di battaglia per legittimare duemila anni di atroci persecuzioni e massacri di Giudei in occidente, perché essi sono accusati d’essere “gli assassini di Cristo”. Persino il nome Yehudah, il più ʹgiudeoʹ dei nomi, nella sue versioni occidentali (Giuda, Judas, ecc.) è subito collegato all’Iscariota, mai a qualcuno di tutti gli altri Yehudah menzionati nella Bibbia, dal capostipite della Tribù omonima fino al fratello di Yeshua e l’altro apostolo. L’immagine negativa del Giudeo è sempre connessa con la loro ipotetica colpa d’aver fatto uccidere il proprio Messia e d’aversi attirato l’ira dell’Eterno per tutte le generazioni. Persino molti dei cristiani più sinceri credono questo, perché, leggendo testi biblici fuori dal contesto, come normalmente si fa per stabilire la maggioranza delle dottrine cristiane, dicono che i Giudei stessi si sono procurati questa maledizione, dicendo: «Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli» (Matteo 27:25). Naturalmente, per loro questa presunta dichiarazione di una parte degli abitanti di Yerushalaym (chissà se erano veramente Giudei, o un po’ di tutto?) ha più peso delle parole di Yeshua stesso, che sulla croce disse: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34). Tutte le promesse d’Elohim per il Suo Popolo Israele spazzate via da una semplice dichiarazione irresponsabile di quattro gatti! Incredibile! Certo, se questi cristiani leggessero TUTTA la Bibbia come si deve, saprebbero anche che una maledizione, per terribile che sia, non dura più di quattro generazioni: “Io, l’Eterno, il tuo Elohim, sono un Elohim geloso che punisco l’iniquità dei padri sui figliuoli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso benignità, fino alla millesima generazione, verso quelli che m’amano e osservano i miei comandamenti” (Esodo 20:5-6). Quindi, se Colui che ha fatto l’Universo e le promesse è fedele e coerente con Sé stesso, al massimo avrà punito i responsabili del misfatto, semmai i loro discendenti per non più di quattro generazioni (le quali si sono sicuramente compiute quanto più tardi con l’inizio della Diaspora). Invece, Egli usa benignità fino alla millesima generazione verso coloro che osservano i comandamenti! Nei tempi di Yeshua qualcuno c’era che li osservava, Yeshua stesso ne dà testimonianza e l’Evangelo ci parla di diversi giusti ed osservanti della Torah. Questi erano Giudei, e non solo loro, ma anche tra i suoi discendenti, e tra i discendenti di altri Giudei che magari erano ingiusti allora, ci sono quelli che osservano i comandamenti tuttora. Sono già passate mille generazioni? Ed in quanto a quelli che oggi osservano i comandamenti, devono ancora passare altre mille, e ci sarà sempre qualcuno che continuando ad osservarli fa partire questa promessa dalla generazione successiva... Come mai non si parla di questa benedizione, ma s’enfatizza soltanto l’aspetto della presunta maledizione eterna? Probabilmente c’è un po’ di antisemitismo nell’essenza del cristianesimo, che non permette a i suoi seguaci di valutare con imparzialità ed onestà tutte le cose. Vediamo adesso se i responsabili, o i “mandanti” della crocifissione erano Giudei come comunemente si crede. Per incominciare, la pena di morte ebraica era eseguita tramite la lapidazione, non la crocifissione, che era una punizione romana. Tuttavia, s’ascrive ai Giudei il processo per il quale Yeshua fu poi condannato dai Romani. Vediamo in seguito quali erano le leggi del Sanhedrin concernenti i processi:

  1. Non si poteva eseguire un arresto da parte delle autorità religiose tramite un compenso in denaro [Esodo 23:8];
  2. I giudici e i membri del Sanhedrin non potevano prendere parte nell’arresto;
  3. I processi richiesti dal Sanhedrin potevano tenersi soltanto nella Sala di Giustizia all’interno del Recinto del Tempio;
  4. I processi non potevano essere segreti, ma soltanto pubblici;
  5. I carichi non potevano partire dai giudici; i giudici dovevano limitarsi ad esaminare i carichi portati a loro da altri;
  6. I giudici dovevano essere umani e cortesi;
  7. Nessun processo era permesso alla vigilia di un Shabat (settimanale o festivo);
  8. Non era permesso svolgere alcun processo o parte di un processo dopo il tramonto;
  9. Non si potevano svolgere processi prima dell’offerta sacrificale del mattino;
  10. Il verdetto non poteva essere pronunciato di notte, solo nelle ore diurne;
  11. In caso di pena di morte, il processo e verdetto di colpevolezza non potevano essere contemporanei ma dovevano trascorrere almeno 24 ore tra l’uno e l’altro;
  12. La sentenza poteva essere pronunciata solo tre giorni dopo il verdetto;
  13. Dovevano esserci almeno due o tre testimoni, e le loro dichiarazioni dovevano corrispondere nei minimi dettagli [Deuteronomio 19:15];
  14. Non si doveva interrogare l’imputato allo scopo di farlo auto-accusarsi;
  15. Nessuno poteva essere condannato solo in base alle sue proprie parole;
  16. L’accusa di blasfemia era valida soltanto se il Nome dell’Eterno era stato pronunciato;
  17. Nei processi prima si pronunciava la difesa e dopo l’accusa;
  18. Tutti potevano esprimersi in favore dell’assoluzione, ma non tutti potevano chiedere la condanna;
  19. Il voto per la condanna a morte doveva essere individuale ed iniziare dal più giovane, in modo tale di non essere influenzato dagli anziani;
  20. La decisione di colpevolezza fatta all’unanimità dimostrava innocenza, perché non è possibile per 23 - 71 uomini essere d’accordo senza aver complottato;
  21. 21. Il Sommo Sacerdote non poteva assolutamente stracciarsi le vesti [Levitico 21:10];
  22. Una persona condannata a morte non poteva essere fustigata o picchiata in anticipo.

In base a queste leggi, risulta evidente che un simile processo era completamente illegale. I Giudei osservanti non avrebbero acconsentito. Quindi, chi ha svolto in realtà il processo a Yeshua? Chi aveva interesse a toglierlo di mezzo? E perché?

Allora i capi sacerdoti e gli anziani del popolo si radunarono nella corte del sommo sacerdote detto Kayafa, e deliberarono nel loro consiglio di pigliar Yeshua con inganno e di farlo morire... Allora uno dei dodici, detto Giuda Iscariota, andò dai capi sacerdoti... E mentre parlava ancora, ecco arrivar Giuda, uno dei dodici, e con lui una gran turba con spade e bastoni, da parte dei capi sacerdoti e degli anziani del popolo... Or i capi sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro a Yeshua per farlo morire... Poi, venuta la mattina, tutti i capi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro a Yeshua per farlo morire... E accusato dai capi sacerdoti e dagli anziani, non rispose nulla. Ma i capi sacerdoti e gli anziani persuasero le turbe a chieder Bar-abba e far perire Yeshua. (Matteo 26:3-4,14,47,59; 27:1,12,20)

E subito la mattina, i capi sacerdoti, con gli anziani e gli scribi e tutto il Sinedrio, tenuto consiglio, legarono Yeshua e lo menarono via e lo misero in man di Pilato... E i capi sacerdoti l’accusavano di molte cose... Poiché capiva bene che i capi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi sacerdoti incitarono la moltitudine a chiedere che piuttosto liberasse loro Bar-abba. (Marco 15:1,3,10-11)

Ed ogni giorno insegnava nel Tempio. Ma i capi sacerdoti e gli scribi e i primi fra il popolo cercavano di farlo morire; ma non sapevano come fare, perché tutto il popolo, ascoltandolo, pendeva dalle sue labbra... E come i capi sacerdoti e i nostri magistrati l’hanno fatto condannare a morte, e l’hanno crocifisso. (Luca 19:47-48; 24:20)

Come dunque i capi sacerdoti e le guardie l’ebbero veduto, gridarono: Crocifiggilo, crocifiggilo!... Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i capi dei Giudei gridavano, dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare... Allora essi gridarono: Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo! Pilato disse loro: Crocifiggerò io il vostro Re? I capi sacerdoti risposero: Noi non abbiamo altro re che Cesare. (Yohanan 19:6,12,15)

Gli evangelisti ci spiegano in modo piuttosto unanime chi erano gli interessati alla morte di Yeshua:
Matteo nomina in primo luogo i capi sacerdoti, i quali erano sadducei e quindi, come abbiamo già esposto, non erano Leviti e neppure Giudei, ma avevano usurpato il sacerdozio ed erano in connivenza con i Romani. Poi nomina gli anziani del popolo, uomini messi al potere dai Romani, che avevano il compito di controllare e soffocare ogni tentativo di rivolta; essi erano delle spie al servizio dell’invasore, e chiunque potesse rappresentare un potenziale sovversivo doveva essere soppresso. In un’occasione Matteo nomina anche il Sanhedrin, che era composto in maggioranza da sadducei ed alcuni farisei che a malincuore accettavano l’ordine stabilito. Il Sanhedrin era presieduto dal sommo sacerdote, sadduceo.
Marco coincide con Matteo mettendo al primo posto i capi sacerdoti (sadducei), e poi anche gli anziani -quelli appena descritti-, gli scribi, che potevano essere dei farisei ma anche sadducei, ed infine il Sanhedrin.
Luca conferma che a dirigere l’operazione sono stati i capi sacerdoti, quindi i sadducei, poi anche gli scribi ed i ʹprimi fra il popoloʹ, quelli chiamati anziani da Matteo e Marco, probabilmente gli stessi che poi chiama ʹmagistratiʹ.
Yohanan non si discosta dagli altri tre evangelisti, nominando in primo luogo i capi sacerdoti, poi anche i capi dei Giudei, e le ʹguardieʹ, che erano invece dei Romani.
La perfidia dei sadducei è manifesta nella loro dichiarazione di fedeltà a Roma, dicendo di non avere altro re che l’imperatore, e questo è l’unico reale motivo per cui Yeshua è stato messo a morte: non perché il suo insegnamento fosse in qualche modo in contrasto con il Giudaismo, ma perché egli rappresentava un pericolo dal punto di vista politico. Infatti, il popolo, che erano Ebrei, ʹpendeva dalle sue labbraʹ... come poteva quel popolo averlo condannato a morte?
In Atti 4:1,6,8, Kefa ci conferma che a processare Yeshua sono stati i sadducei e le loro famiglie, ai quali egli chiama anziani e rettori del popolo. Da una lettura attenta dei brani apprendiamo che in realtà i farisei non sono stati elencati tra coloro che hanno partecipato al processo contro Yeshua; tuttavia si da per scontato che essi fossero presenti come membri del Sanhedrin. L’evangelista Yohanan li nomina in una riunione precedente, in cui specifica anche il motivo per cui si voleva processare Yeshua:

I capi sacerdoti quindi e dei farisei radunarono il Sinedrio e dicevano: «Che facciamo? perché quest’uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno la città e la nazione». E un di loro, Kayafa, che era sommo sacerdote di quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla; e non riflettete come vi torni conto che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione». Or egli non disse questo di suo; ma siccome era sommo sacerdote di quell’anno, profetò che Yeshua doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per raccogliere in uno i figliuoli dispersi d’Elohim. (Yohanan 11:47-52)

Questo passo dell’Evangelo è molto interessante, perché contiene dei dettagli non sempre esaminati accuratamente. Qui Yohanan ci spiega la vera ragione per cui tutti erano preoccupati: che il popolo prendesse Yeshua come il Messia che doveva liberarli e lo nominasse Re, cosa avrebbe scatenato immediatamente la repressione da parte dei Romani. Come abbiamo già spiegato prima, il messaggio di Yeshua non era affatto benevolo verso i Romani, tuttavia, quando gli Evangeli furono scritti si doveva cercare di coinvolgerli il meno possibile nel raccontare i fatti affinché i discepoli del Nazareno non si rendessero ancora più odiosi al potere, visto che le persecuzioni contro di loro erano già in corso.
Questo verso è l’unico relativo alle istanze precedenti al processo in cui i farisei sono nominati. Essi concordano con i sadducei nel fatto che Yeshua rappresenta un pericolo politico e che bisogna fare qualcosa per evitare che la sua predicazione possa risultare in una rivolta con la conseguente repressione. Tuttavia, essendo i farisei fedeli alle leggi, probabilmente essi volevano che Yeshua fosse processato secondo le regole descritte sopra. Infatti, nel processo stesso non sono esplicitamente nominati, e non sono presenti tutti i membri del Sanhedrin, altrimenti non si sarebbe raggiunta l’unanimità. Membri farisei del Sanhedrin erano sicuramente assenti, come Yosef di Ramatayim e Nicodemo, i quali in una riunione precedente avevano già espresso il loro disaccordo con coloro che volevano processare Yeshua:

Ed ecco un uomo per nome Yosef, che era consigliere, uomo dabbene e giusto, il quale non aveva consentito alla deliberazione e all’operato degli altri, ed era da Ramatayim, città dei Giudei. (Luca 23:50-51)

Nicodemo (un di loro, quello che prima era venuto a lui) disse loro: «La nostra Torah giudica ella un uomo prima che sia stato udito e che si sappia quel che ha fatto?» Essi gli risposero: «Sei anche tu di Galilea? Investiga, e vedrai che dalla Galilea non sorge Profeta». (Yohanan 7:50-52)

Ritornando a Yohanan 11:47-52, è interessante ciò che il sommo sacerdote disse: anche se era un falso profeta, nelle sue parole c’è coerenza con quello che era il piano divino ‒ non dimentichiamo che anche Bilâm ha profetizzato ciò che era giusto (Numeri 24). Kayafa infatti, ha definito qual’era la missione di Yeshua: “raccogliere in uno i figliuoli dispersi d’Elohim”. A cosa si riferiva con questo? Chi sono i figli dispersi che devono essere raccolti in uno? Il sommo sacerdote aveva capito che Yeshua sarebbe stato colui che era venuto per riscattare la Casa di Israele? Probabilmente sì, altrimenti, per quale motivo avrebbe detto una cosa simile?
In quel tempo il popolo aspettava la liberazione attraverso il Messia. I discepoli di Yeshua erano anch’essi convinti della sua missione politica di liberare Israele (Luca 24:21; Atti 1:6). Il popolo sperava che Yeshua facesse la mossa decisiva che avrebbe rovesciato il potere di Roma. Se questo riusciva, si profilavano tempi duri per i sadducei e per i capi popolari assoldati dai Romani. Senza dubbio, la cosa non sarebbe piaciuta nemmeno ai Romani stessi. I farisei invece, avrebbero pure guardato con favore un Messia che portasse a compimento la vittoria certa e definitiva, ma il loro problema era che non vedevano Yeshua come colui che avrebbe portato avanti tale missione; infatti, essi “non credevano in lui” (Yohanan 12:37). Il loro non credere non riguardava l’insegnamento di Yeshua, ma era relativo alla sua missione redentrice. Quindi, se egli non era colui che avrebbe compiuto la liberazione della nazione ed il popolo lo proclamava Re, ciò avrebbe provocato l’ira dei Romani e la conseguente distruzione della Giudea. Ecco il motivo per il quale i farisei volevano in qualche modo farlo tacere, ma sicuramente con un processo regolare, secondo la Legge. Per questo motivo, essi non compaiono tra i partecipanti al processo-farsa che condannò a morte Yeshua. Un processo farisaico potrebbe averlo sentenziato alla morte per lapidazione, com’era già quasi avvenuto prima, invece la condanna alla croce evidenzia la partecipazione attiva dei Romani, quasi non nominati, in tutta la vicenda. Il fatto che subito dopo iniziò la persecuzione dei discepoli d parte delle autorità imperiali dimostra che in realtà i Romani erano coinvolti nel processo contro Yeshua molto di più di quanto appare, e poi sono stati infine i Romani che lo hanno crocifisso. Tuttavia, la colpa fu ascritta ai Giudei...

“Elohi, Elohi, lama shavakhtani”
Le parole di Yeshua riportate in Marco 15:34 e in Matteo 27:46 come “Eli, Eli, lima shavakhtani” ci danno una prova inconfutabile in merito:

E verso l’ora nona, Yeshua gridò con gran voce: «Elì, Elì, lamà shavachtani?» cioè: «Mio Elohim, mio Elohim, perché mi hai abbandonato?» Ma alcuni degli astanti, udito ciò, dicevano: «Costui chiama Eliyahu». E subito uno di loro corse a prendere una spugna; e inzuppatala d’aceto e postala in cima ad una canna, gli diè da bere. Ma gli altri dicevano: «Lascia, vediamo se Eliyahu viene a salvarlo». (Matteo 27:46-49)

L’ignoranza di coloro ch’erano lì è ascrivibile esclusivamente a persone che non erano Giudei. Nessun Giudeo, anche il più analfabeta, poteva non capire perfettamente queste parole, sia che le abbia dette in ebraico o aramaico. I termini “Eli” ed “Elohi” sono assolutamente inconfondibili, e nessuno li avrebbe interpretato come il nome del Profeta Eliyahu. Ogni Ebreo poteva riconoscere nelle parole di Yeshua un’invocazione al Creatore. Evidentemente, quelli che hanno dato una così assurda interpretazione erano dei Romani, o Greci, ma certamente non erano Giudei.

1 commento:

Ajn - Luca Rajna Progetti Fotografici ha detto...

Molto interessante. Lo studi fornisce risposte che le chiese tradizionali non hanno.